Mondializzazione e storia globale – Maria Matilde Benzoni – Università degli Studi di Milano (FEBBRAIO 2022)

H.-Daumier

L’apertura dei recenti “Itinerari di storia moderna”, promossi a Milano dalla Sisem, con un’ampia rassegna storiografica[1] dedicata ai principali filoni della storia globale costituisce un indicatore significativo della propensione della nostra disciplina verso una costellazione di pratiche di ricerca e di registri narrativi invero oggetto in passato di un consenso più tiepido, per ragioni di ordine storiografico e culturale che meritano di essere brevemente richiamate.  

A motivare fino a qualche anno fa nella modernistica italiana una perplessità tangibile nei confronti della storia globale è stato in primo luogo il timore, più che condivisibile, che, se mal condotta, tale linea interpretativa potesse sottendere, in contrasto con i criteri guida della ricerca storica, un portato teleologico e presentista troppo strettamente connesso ai processi di globalizzazione in essere. Vanno tuttavia evidenziate anche altre motivazioni di un certo rilievo, che chiamano in causa tanto l’ethos del singolo studioso quanto l’intreccio, che sempre incide sulla scelta dei temi di indagine e delle metodologie, tra la dimensione generazionale, le sensibilità culturali, gli orientamenti ideologici e l’adesione a diverse tradizioni di studi.

Non va inoltre trascurato il sentimento di appartenenza a una “scuola”, espressione del tratto più squisitamente umano della ricerca storica. Tale tono del sentire può in effetti assumere caratteri “fideistici” giacché a entrare in gioco non sono solo la condivisione dei metodi e la messa a punto delle interpretazioni, ma anche le aspirazioni di più o meno ampie comunità accademiche, impegnate nella promozione e nella tutela della propria prospettiva storiografica attraverso la non facile ricerca di un equilibrio tra autoreferenzialità degli studi e confronto con altre prospettive.  

Proprio l’articolazione della modernistica italiana in comunità scientifiche non sempre pienamente dialoganti tra loro rende per molti versi ragione del paradosso sotteso alla crescente apertura della nostra disciplina verso le cosiddette “storie connesse”, confermata dalla vieppiù ampia adozione dell’aggettivo “globale” per connotare ricerche, volumi, manuali, corsi di laurea e programmi di dottorato. Pur trattandosi di un fenomeno assolutamente positivo sul piano storiografico, è tuttavia opportuno evidenziarne anche il tratto in qualche misura irriflesso, riconducibile all’impatto, nel nostro paese, della globalizzazione della comunicazione accademica indotta dalla rivoluzione digitale, dall’adozione estensiva della lingua inglese e, si può ipotizzare, dal surrettizio condizionamento esercitato dai goals dei grandi programmi di finanziamento della ricerca, comprensibilmente modellati sulla base di criteri di metodo e di merito organicamente collegati all’esperienza, alle istanze e alle grandi narrazioni del mondo globalizzato contemporaneo.

Dal momento che l’incontro milanese della Sisem, organizzato dal Dottorato in Studi storici dell’Università Statale, è stato concepito come un’occasione di formazione per le nuove generazioni di studiosi, è bene sottolineare che, lungi dal costituire per l’Italia una novità degli ultimi dieci anni, la pratica della storia globale si configura, al contrario, come  un ambito di ricerca che coinvolge da decenni non pochi modernisti del nostro paese, con importanti risultati sul piano metodologico, dello scavo documentario e della produzione scientifica a livello nazionale e internazionale.

Indubbiamente favorito dall’internazionalizzazione, a partire dal tardo Novecento, della formazione universitaria e post-universitaria, e dalla conseguente più capillare istituzionalizzazione degli scambi e delle collaborazioni interuniversitarie a livello europeo e transatlantico, il contributo storiografico italiano a favore di questo filone di studi non va però circoscritto a un aurorale effetto virtuoso dei processi di integrazione europea e della globalizzazione sul nostro sistema universitario. Attraverso i loro percorsi di ricerca, al contrario, studiose e studiosi hanno saputo inserire all’interno del dibattito internazionale la ricchezza del patrimonio intellettuale e culturale di un contesto particolarmente articolato quale quello italiano, stabilendo un fecondo dialogo tra le tradizioni storiografiche nazionali più sensibili verso la dimensione “internazionale” e le prospettive della storiografia post-eurocentrica.

Per questa via, i modernisti italiani hanno innestato la loro pratica della storia globale su una pre-esistente, significativa quanto variegata, sensibilità storiografica “locale” verso le circolazioni, le connessioni, gli intrecci in ambito politico-istituzionale, economico, religioso, culturale e delle idee, e grazie alla microstoria. E d’altro canto, a sostenere in modo significativo nel corso dei decenni le ricerche di storia globale dei modernisti italiani è stata l’esplorazione delle fonti presenti nel nostro paese, che ha consentito di cominciare a far riemergere alla superficie il profilo dell’imponente passato globale del mondo italiano nell’età moderna. Un’esperienza che coniuga gli eventi e i processi con i vissuti, ricostruibile da una pluralità di osservatorii, giusta l’articolazione della penisola italiana in uno mosaico politico-istituzionale, economico e culturale, mobilitando fonti, narrazioni, immaginari e il prisma della memoria.

Per le culture storiche del mondo italiano nell’età moderna e la storiografia scientifica italiana, la dimensione “globale” non ha pertanto costituito, né costituisce oggi, un orizzonte in qualche misura fittizio o, per dir così, esogeno, dettato allo studioso dal suo operare nel mondo globalizzato contemporaneo, ma, al contrario,  si è configurato, e continua a configurarsi, come un problema culturale e storiografico autentico, certo avvertito in modo sempre cangiante dal Cinquecento ai giorni nostri.[2] Basti in questa sede richiamare, a titolo meramente esemplificativo, l’incipit delle cinquecentesche Istorie del suo tempo di Paolo Giovio[3] e il profilo del “mondo” di Menocchio, indagato negli anni Settanta del Novecento da Carlo Ginzburg sulla base di una metodologia di ricerca inseritasi in modo sostanziale nella riflessione internazionale relativa alle pratiche della storia globale.[4]

Nell’ampia relazione che ha aperto le giornate milanesi della Sisem, ci si è infine opportunamente soffermati sugli elementi critici, indotti dallo stesso successo della storia globale, che potrebbero comprometterne l’incisività sul piano dell’indagine storiografica. In particolare, con riferimento al rischio dell’inaridimento e di una banalizzazione, e al già evocato presentismo. Si tratta di un’osservazione importante, soprattutto alla luce del profilo del pubblico al quale è stata idealmente proposta a Milano. In forza di “griglie” non del tutto in sintonia con i tempi e i metodi, in ultima analisi più lenti e artigianali, tipici della ricerca storica, dottorande e dottorandi sono oggi in qualche misura costretti a sacrificare uno studio selettivo della storia della storiografia organicamente legato alla rispettiva domanda di ricerca. A prevalere, per molti versi, è invece la richiesta del dominio dello “stato dell’arte”. Una nozione che rischia di introdurre in ambito storiografico le insidiose dimensioni dell’“obsolescenza” degli studi e dell’“adesività” nei confronti dell’interpretazione mainstream. Un fenomeno, quest’ultimo, certamente favorito dalla sostituzione dell’esercizio della lettura critica di un più circoscritto corpus di testi con lo spoglio di bibliografie internazionali sempre più ampie, per la cui gestione esistono ormai appositi strumenti informatici.

La tensione verso la standardizzazione quantitativa della ricerca anche in ambito storiografico rischia pertanto di esercitare nel nostro paese un impatto di rilievo, con inevitabili effetti sulle stesse pratiche della storia globale, oggi al centro di una crescente attenzione proprio da parte delle nuove generazioni di studiosi. E il pensiero va ancora alle condizioni del loro lavoro accademico sin dalla fase dottorale, sottoposte a tempi che non agevolano le analisi di intersezione – interculturale e interdisciplinare-, fondamentali negli studi di storia globale. Per le stesse ragioni, a essere in qualche misura inibite sono altresì la messa a punto di una scrittura storiografica capace di salvaguardare lo sforzo del singolo e di restituire la polifonia delle fonti, un’altra dimensione imprescindibile nella pratica della storia globale, facendo contestualmente emergere il motivo ispiratore più riposto che ha guidato la ricercatrice e il ricercatore nella sua indagine, frutto dell’interazione vitale tra ethos individuale, storia della storiografia ed esame delle fonti.   

Perché l’apertura trasversale nei confronti della storia globale in corso nella modernistica italiana possa trasformarsi in un’occasione di autentica crescita culturale e storiografica, a mio avviso, sarebbe pertanto opportuno avviare una riflessione, laica ma consapevole, in merito alle criticità indotte dalla standardizzazione quantitativa della ricerca e dalle griglie linguistiche e concettuali della comunicazione accademica internazionale sulle forme e gli obiettivi dell’esercizio storiografico.  Sempre a titolo personale, sono convinta che la pratica della storia globale presupponga un impegno individuale di respiro, guidato da onestà intellettuale, in merito al significato che, per ciascuno di noi, assume la dimensione “globale”: nell’esperienza quotidiana e nello sguardo sul mondo prima ancora che negli interrogativi di ricerca e nel censimento delle fonti.  Per questa via, è in effetti possibile procedere a una effettiva “dis-esotizzazione” dei quadri generali e delle categorie storiografiche relative ai rapporti tra l’Europa moderna e il “mondo”, tanto nella ricerca quanto nella didattica. Un’operazione fondamentale e propedeutica al pieno superamento dell’euro/etnocentrismo (e del suo irriflesso contrario) di cui ciascuno di noi può continuare a essere inconsapevolmente portatore allorquando si accinge alla ricerca o all’insegnamento universitario.

Paradossalmente, l’innegabile ritardo del nostro paese in relazione alla piena “decolonizzazione” dei quadri generali della storia moderna trasmessi attraverso la didattica universitaria può rivelarsi un vantaggio rispetto all’esperienza di altri contesti nazionali poiché consente, come peraltro sta avvenendo da tempo, di adottare nella ricerca e nell’insegnamento una prospettiva mondiale attenta alle interazioni globali senza tuttavia confinare sullo sfondo, o addirittura rimuovere, il ruolo svolto dall’esperienza globale dell’Europa moderna nella formazione storica del mondo globalizzato.  Un ruolo evidentemente controverso, articolatosi in una pluralità di dimensioni che includono fenomeni imperdonabili, i quali, dall’imperialismo alla schiavitù, hanno lasciato durevolmente il segno nelle comunità e nelle società che li hanno subiti e perpetrati nonché nelle rispettive memorie culturali. Queste ultime sono, a loro volta, forze storiche a tutto tondo, il cui studio va, a mio avviso, integrato organicamente nella ricerca e nell’insegnamento della storia globale dell’età moderna.

L’ampia relazione introduttiva che ha ispirato queste riflessioni si è chiusa con una previsione non proprio incoraggiante sullo stato di salute della storia globale. Più in particolare, i segni di stanchezza e i connessi rischi di sclerotizzazione che possono a tratti cogliersi in tale pratica storiografica sono stati, forse un poco meccanicamente, collegati alla crisi della globalizzazione del mondo “pre Covid 19”, “inceppato” ormai da due anni dalla diffusione planetaria del virus e dalle crescenti tensioni geopolitiche in un quadro multipolare.   

Mentre scrivo è purtroppo riemerso, anche in Europa, lo spettro sinistro e angoscioso della guerra, pretestuosamente giustificato in nome di una visione del mondo che attinge, ricorrendo in modo selettivo ai fatti e alla memoria culturale, a enormi porzioni del passato globale dell’Europa dell’età moderna. Un evento assolutamente infausto che si innesta sulla pandemia Covid-19 la quale, da parte sua, negli ultimi due anni ha costretto ampi segmenti delle società del pianeta – e il pensiero va nuovamente alle più giovani generazioni-, a familiarizzarsi in forma diretta, sia pure attraverso una spettacolare migrazione verso le piattaforme digitali, con le unità di misura tipiche della storia globale. Nel suo micidiale intreccio con gli effetti della pandemia, lo spettro della guerra ci ricorda pertanto nel modo più brutale quello che la storia globale non è, o almeno quello che non dovrebbe essere: un esercizio accademico affluent o una visione teleologica della globalizzazione contemporanea.  

Al centro di questa prospettiva di ricerca vi sono, al contrario, la mondializzazione, fenomeno che evoca i tempi lunghissimi della mobilità dei gruppi umani sulla terra – comunità, società, culture e civiltà, nella loro sempre cangiante co-relazione con l’ambiente – e il prisma delle forme di contatto tra le parti del mondo. Ovviamente, la mondializzazione non si profila affatto nell’età moderna. Ma è indubbio che, proprio all’alba della modernità, essa conosca un sensazionale salto di qualità in termini spaziali attraverso il collegamento via mare tra quattro continenti, attivando una pluralità di interazioni globali che, per la prima volta, cominciano ad assumere una scala planetaria. Scandita da tempi frastagliati, articolata in spazi multidimensionali e caratterizzata da forme cui è sotteso un inestricabile intreccio tra oggettivo e soggettivo, fatti e rappresentazioni, storia e memoria, la spettacolare accelerazione della mondializzazione tra Quattro e Cinquecento conferisce pertanto un tratto schiettamente globale all’età moderna, la cui periodizzazione in Italia risulta d’altra parte inserita entro una sequenza di date intorno alle quali si aggregano costellazioni di fenomeni intrinsecamente legati alla formazione storica di un quadro globale.

Se studiata e insegnata dall’osservatorio italiano, la storia globale dell’età moderna offre altresì la possibilità di coniugare in modo persuasivo una visione interculturale dei rapporti tra le società umane con la sempre più attenta ricostruzione della già evocata esperienza globale dell’Europa moderna, non a caso emblematizzata dalla propensione dei contemporanei, italiani ed europei, ad associare l’accelerazione dei processi di mondializzazione di cui erano spettatori ed attori coevi al conferimento di un’accezione qualitativa alla nozione cronologica di modernità. Un’accezione invero ancipite, che ha alimentato nel corso dell’età moderna il graduale avvio di un non meno ancipite impiego etnocentrico della categoria di modernità per rappresentare i rapporti tra l’Europa e il mondo.  

E d’altra parte, il “fantasma del passato” delle interazioni globali dell’età moderna nel mondo globalizzato contemporaneo, a partire dalla sempre più controversa icona pubblica di Cristoforo Colombo, e gli effetti dell’impressionante dilatazione degli orizzonti della co-relazione tra società umane e ambiente in termini di circolazione planetaria di persone, piante, animali, malattie e forme di sfruttamento profilatasi alla fine del XV secolo, oggi puntualmente incorporata all’interno del dibattito sui tempi e gli spazi dell’Antropocene,[5] evidenziano la centralità della storia globale dell’età moderna  ai fini della trasmissione del “senso del passato nel mondo globalizzato”. 

Lungi dall’essere al tramonto, insomma, la storia globale dell’età moderna ci invita a un impegno scientifico, culturale e civile di respiro: nella pratica della interdisciplinarietà, nella didattica della storia, nella formazione degli insegnanti e nella costruzione di iniziative di public history capaci di salvaguardare il rapporto tra oggettivo e soggettivo alla base dell’esercizio storiografico.

***

Le riflessioni formulate nel testo sono state suggerite dall’ascolto attento delle intense giornate milanesi promosse dalla Sisem (15-17 dicembre 2021). Più in particolare, nel commento si articola per iscritto il dialogo aperto con Stefania Pastore a fronte della sua ampia relazione Storie connesse.  Ringrazio la collega per le suggestioni e Antonino De Francesco, presidente della Sisem, per l’incoraggiamento a trasformare gli spunti del mio intervento in un testo.

Queste note riflettono una visione interculturale della pratica della storia globale maturata nel tempo attraverso la ricerca, la didattica e la terza missione, e arricchita dalle feconde esperienze di collaborazione nell’ambito del PRIN2015 TransWorlds. Towards a Global History of Italian Culture, 1450-1914, coordinato da Guido Abbattista, e del PRIN2017, Global Europeanness. Towards a Differentiated Approach to Global History, 1450-1900, coordinato da Edoardo Tortarolo.

In tale prospettiva, mi permetto di segnalare:

M. M. Benzoni, Introduzione, in Americhe e modernità. Un itinerario fra storia e storiografia dal 1492 ad oggi, FrancoAngeli, Milano 2012, pp. 7-15.

M. M. Benzoni, Prefazione all’edizione italiana, in S. Gruzinski, Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato, edizione italiana e traduzione a cura di M. M. Benzoni, Raffaello Cortina, Milano 2016, pp. XI-XIV.

M. M. Benzoni, Le traduzioni italiane di Serge Gruzinski. Storia della storiografia ed esperienza diretta, in Tradurre, vol. 2021 (20), 27 pp., https://rivistatradurre.it/le-traduzioni-italiane-di-serge-gruzinski/

M. M. Benzoni, Il passato nel presente: la pandemia Covid-19 tra storia globale e memoria culturale, in Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento (Una storiografia globale policentrica: ripensare tempi, spazi, gruppi sociali, a cura di C. Cornelissen e M. Meriggi), 47, 2021 1, Il Mulino, pp.  145-167.


[1] Stefania Pastore, Storie connesse, https://www.lasisem.it/2021/12/01/itinerari-di-storia-moderna-milano-15-17-dicembre-2021/

[2] Cfr. l’introduzione e i contributi editi in G. Abbattista (ed)., Global Perspectives in Modern Italian Cultures. Knowledge and Representation of the World in Italy from the Sixteenth to the Early Nineteenth Century, Routledge, New York 2021.

[3] “Era tutto il mondo in pace, & in riposo, & non sentiva alcun travaglio di guerra, e sopra tutto l’Italia, poco dianzi molestata da intrinseche discordie, fioriva d’una tranquilla pace, quando in quella s’accese una guerra, maggiore, & più terribile d’assai, che l’opinione de gli huomini non era. Laqual guerra dapoi in ispatio di pochi anni travagliò non pur tutta l’Europa, ma le lontane parti ancora dell’Asia, & dell’Africa, volgendo sottosopra in ogni luogo, & rovinando gl’Imperij, e i Regni delle chiarissime nazioni.  Anzi trascorse ancora questa medesima fatal pestilenza di guerre ciò che è bagnato dal mar Oceano; & ci scoperse i popoli, che prima erano incogniti, a’ quali né il valor Romano né alcune lettere de gli Antichi erano arrivate. Tal che in questi cinquant’anni, ne’ quali si conferisce tutta l’istoria, Marte e la Fortuna pare, che non habbiano lasciata libera parte alcuna del mondo, afflitto da tante ruine.  Perciocché ciascuna rimotissima provincia dal Levante al Ponente, insino ancor’ a i poco dianzi favolosi Antipodi tocca dalla guerra si bagnò del suo proprio, o dell’altrui sangue” (P. Giovio, La prima parte dell’istorie del suo tempo di mons. Paolo Giovio da Como, Vescovo di Nocera, tradotta per M. Lodovico Domenichi, et nuovamente con somma diligentia corretta, Et Ristampata, Venetia Appresso Giovan Bonelli, 1560, 2 r-v.).

[4] Si rimanda ovviamente al contributo organico di Francesca Trivellato. V. anche R. Bertrand – G. Calafat, “La Microhistoire Globale : Affaire(s) à Suivre.” Annales. Histoire, Sciences Sociales 73, no. 1 (2018), pp. 3–18, doi:10.1017/ahss.2018.108. Traduzione inglese:  R. Bertrand – G. Calafat, “Global Microhistory: A Case to Follow.” Annales. Histoire, Sciences Sociales 73, no. 1 (2018), pp. 3–17. doi:10.1017/ahsse.2020.9.

[5] V., per es. D. Chakrabarty, Anthropocene time, History and Theory 57, no. 1 (March 2018), 5-32, Wesleyan University 2018, https://doi.org/10.1111/hith.12044

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