“Il fallimento della disciplina Gelmini sui ricercatori” – Andrea Zannini – Università degli Studi di Udine

H.-Daumier

Se c’è una cosa nella quale, al di là delle posizioni politiche e dei pregiudizi, la legge di riforma Gelmini ha fallito è nel disegnare un nuovo sistema di reclutamento dei ricercatori. Vale la pena di ritornare sui presupposti di quella riforma: per capire se sono stati sbagliati i punti di partenza oppure le soluzioni realizzate.

Una decina di anni fa la discussione su come impostare il primo scalino della carriera del professorato accademico verteva attorno a due questioni. La prima era di togliere rigidità al ruolo di ricercatore, facendo passare questa posizione da “fissa” a “temporanea”. Richiamavano a questa necessità soprattutto i commentatori (spesso economisti) che invocavano una maggior grado di selettività nelle procedure di reclutamento accademico, mentre vi erano naturalmente contrari coloro che paventavano la precarizzazione anche della ricerca. In effetti, altri sistemi universitari (ad es. quello tedesco) stavano andando nella medesima direzione.

La seconda questione, che si tingeva di tinte censorie, era relativa alla cosiddetta “piramide” del personale accademico: ricercatori, associati e ordinari, si diceva, sono in numero pressoché uguale. Il profilo del corpo accademico, invece, dev’essere a piramide: con una cuspide ristretta di super-professori e una base larga di ricercatori, in grado di “svecchiare” l’Università.

Dopo sette anni dalla sua applicazione i risultati della riforma sono sotto gli occhi di tutti: se nel 2009 i ricercatori universitari erano il 40,7 % del personale accademico, nel 2016 sono diventati il 41,1 %, ricercatori a tempo determinato inclusi (fonte: Paolo Rossi, post su Roars del 24 marzo 2015). Nessuna piramide virtuosa, insomma. Il reclutamento dei nuovi ricercatori “lettera b”, cioè tenure track, avviene poi quasi sempre selezionando studiosi che dispongono già dell’abilitazione, e che difficilmente hanno meno di 40-45 anni. Infine, il ricorso reiterato ai “piani straordinari” per il reclutamento di questa o quella categoria dimostra in modo auto-evidente che il sistema ordinario non funziona.