“Odorare la malattia” – Daniele Palermo – Università degli Studi di Palermo

H.-Daumier

La notizia riportata dai quotidiani nelle scorse settimane di un finanziamento concesso dall’Unione Europea al progetto Odeuropa – mirato a «recuperare il patrimonio culturale trasmesso dall’olfatto, con l’obiettivo di rileggere le vicende continentali attraverso la lente tangibile dei multiformi profumi e delle millanta puzze» (F. Gurgone, Viaggio tra i secoli lungo le vie del fiuto, «Il Manifesto», 7 febbraio 2021), – fornisce l’occasione per riflettere brevemente sull’importanza degli odori nella storia sociale dell’Europa. Consente poi di evidenziare la loro funzione di “campanello d’allarme” sensoriale, seppur dalla forte componente culturale, dell’incombere delle malattie, specialmente se di carattere epidemico, e di importante mediatore sensibile e quasi immediato – soprattutto in situazioni di emergenza sanitaria simili a quella che viviamo in questo tempo complesso – tra le concezioni mediche e filosofiche sull’origine delle malattie e l’abituale e concreta paura di patologie che rendevano molto precaria l’esistenza.

Gli studi storici e antropologici – si pensi a Douglas, a Corbin e al più recente Muchembled – hanno messo in gran luce il rapporto tra il cattivo odore e il demoniaco, il male, la malattia.

Per secoli l’incombenza delle malattie e le situazioni di allarme sanitario – reale, immaginato o temuto – hanno coinciso con un odore diffuso, riconosciuto, alcune volte penetrante, altre volte leggero ma presente, individuato e subito ricollegato a contagi, febbri, morti.

Nella cultura occidentale era presente l’immediata associazione tra cattivo odore e inferno: «il Tartaro … si profilava come nauseabondo serbatoio di abominevoli fetori» e nella «tradizione cristiana» puzza e peccato quasi coincidevano; il profumo dei santi si opponeva al cattivo odore delle anime condannate alla dannazione eterna (Camporesi, «Introduzione» a H. Corbin, Storia sociale degli odori, Bruno Mondadori, Milano, 2005, pp. XIII-XIV). In opposizione alla poco mediata percezione sensoriale dello spazio, più frequentemente urbano ma talvolta anche rurale, come contraddistinto dai cattivi olezzi e dalle putredine odorata, vista, toccata e a volte perfino gustata, vi era quella, tutta mentale, costituita dal vaneggiamento di spazi incontaminati, realmente esistenti ma distanti o solo immaginati, in cui la salute coincideva con l’assenza della putredini e dei suoi odori.

Gli effluvi sgradevoli, seppur per secoli piuttosto tollerati, rimandavano in modo diretto a quello che fino all’inizio del XIX secolo fu considerato il meccanismo con cui le malattie – e soprattutto quelle universalmente percepibili perché diffuse, contagiose, letali – si diffondevano: erano il segno della presenza nell’aria dei famigerati “miasmi”. Si tratta di una questione che a lungo ha caratterizzato la società del Vecchio Continente: la sopravvivenza, fino quasi all’inizio dell’età contemporanea, del credito nutrito dalla teoria miasmatica, che presupponeva lo stretto nesso tra cattivo odore e malattia, assieme alla troppo lenta affermazione della teoria “contagionista”, è stata considerata da Cipolla «uno dei più affascinanti problemi della storia culturale dell’Europa» (C. M. Cipolla, Miasmi e umori. Ecologia e condizioni sanitarie in Toscana nel Seicento, Il Mulino, Bologna, 1989, pp. 15-16). L’aria corrotta e putrefatta per molti secoli dunque fu considerata all’origine dei miasmi che, segnalati da un odore nauseabondo, avrebbero determinato lo squilibrio tra i quattro elementi alla base del corpo e generato conseguentemente patologie.

Tuttavia il rapporto, a lungo diretto, tra cattivo odore e malattia deve essere collocato in un contesto non semplice di cui sono elementi imprescindibili tanto la tolleranza molto elevata dei cattivi odori quanto l’ambivalenza degli olezzi, che erano reputati dannosi ma allo stesso tempo curativi. L’odore aveva dunque una funzione in qualche modo attiva rispetto alla malattia: quello cattivo essendo direttamente legato ai miasmi la diffondeva, quello buono – il profumo o il fumo odoroso per intenderci – la combatteva, consentendo così di pianificare una vera propria battaglia contro i miasmi.

Allorché a partire dalla metà del XVIII secolo si ridussero molto l’abitudine e la tolleranza al cattivo odore, l’immediata associazione malattia-fetore cominciò a caratterizzare in modo particolare le aree urbane, dove l’odore rendeva ancor più percepibile il serpeggiare del pericolo. Il ristagno delle acque lungo la superficie sconnessa delle strade, i liquami, l’immondizia e i loro intrecciati e persistenti olezzi non rimasero solo un richiamo per quanto diretto e immediato alla malattia ma un preciso indicatore, tanto che la “vigilanza olfattiva” divenne efficace fattore di prevenzione. La chiara percezione di un odore meno tollerato e dunque maggiormente sgradevole divenne ancor più “campanello d’allarme” perché si intervenisse su quelli che venivano considerati come fattori dello sviluppo di possibili epidemie.

Il cattivo odore associato alla malattia divenne ancor di più fattore di interessanti dinamiche sociali, poiché la necessità sentita come irrinunciabile di tutelare la propria comunità, la propria proprietà, la propria famiglia dal fetore generava conflitti e induceva la costruzione di alleanze. Allo stesso tempo i poteri pubblici, soprattutto quando le patologie si manifestavano davvero, intervenivano prontamente con efficacia per allontanare i presagi olfattivi di malattia, morte e rovina sociale. Queste dinamiche erano rese più complicate dalla talora vaga disciplina relativa all’utilizzo delle acque interne – da cui molto spesso provenivano gli olezzi sgradevoli –  e sovente la tutela della proprietà privata collideva con quella degli interessi delle comunità.

La “vigilanza olfattiva” fu dunque ampiamente esercitata e utilizzata: un odorato divenuto ormai sensibile e capace di scorgere pericoli favorì la mobilitazione di uomini e di gruppi. Risorse politiche e relazionali, ad esempio, furono ampiamente adoperate per influenzare, attraverso l’amplificazione dell’allarme e la protesta, le scelte dei poteri pubblici circa attività economiche ritenute pericolose per la salute poiché avrebbero favorito i processi corruttivi dell’aria alla base della formazione dei “miasmi”. L’allarme diffuso per la “salute pubblica” innescato dal cattivo odore diventò dunque un possibile ed efficace catalizzatore di interessi economici, familiari e cetuali.

Un’attenzione crescente alle ricadute sociali della percezione degli odori, soprattutto in relazione a situazioni di emergenza sanitaria, può consentire di individuare in modo più completo come singoli e soggetti collettivi si relazionino col pericolo epidemico e le possibili strategie, individuali e collettive, adottate per fronteggiarlo e per tutelare la salute, le proprietà e i beni comuni.