Silvia Toppetta – L’inquisizione a Modena nel primo Seicento – Data del conseguimento: 21/01/2019

Autrice: Silvia Toppetta

Titolo: L’inquisizione a Modena nel primo Seicento

Relatore: Prof. Vittorio Frajese

Università: Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Intitolazione del Dottorato: Storia, Antropologia, Religioni

Ciclo: XXXI

Data del conseguimento: 21/01/201

Abstract:

La tesi ha come oggetto una storia istituzionale del tribunale dell’Inquisizione di Modena durante il primo trentennio della sua attività, a partire dall’istituzione della cosiddetta “nuova” Inquisizione nel 1598. Fino a quel momento il tribunale modenese era stato una vicaria del Sant’Ufficio ferrarese, ma, con la devoluzione della città alla Santa Sede, Modena assurge a capitale dei domini estensi e, contestualmente, a sede di un tribunale con pieni poteri. L’analisi impiega diversa documentazione per la ricostruzione del funzionamento e dell’attività del tribunale e dei suoi inquisitori, privilegiando l’aspetto del doppio controllo: quello del Sant’Uffizio sul tribunale modenese e quello di Modena sui territori sottoposti alla sua giurisdizione.

Si fornisce anzitutto un breve stato dell’arte che, da una parte mette a fuoco alcuni punti salienti del dibattito storiografico sul tema dell’Inquisizione in Italia, dall’altra fornisce un ragguaglio delle principali pubblicazioni che si sono servite della documentazione relativa all’attività del tribunale modenese, in particolare di quella conservata presso l’Archivio di Stato di Modena. Viene dunque illustrata la situazione politica del ducato estense, territorialmente ridimensionato in seguito alla devoluzione di Ferrara e che subisce un totale riassestamento, non solo territoriale, ma politico, sociale e religioso. È fondamentale collocare l’attività dell’Inquisizione modenese entro le vicende del periodo per poter capire i meccanismi attraverso cui essa riuscì ad impiantarsi e a esercitare il suo controllo, con le conseguenti negoziazioni e definizioni/ridefinizioni di rapporti, soprattutto tra potere politico e tribunale ecclesiastico che, a propria volta, non può essere pienamente inteso senza considerare quali fossero i rapporti dei duchi d’Este con Roma in quel momento di transizione.

Altro aspetto importante da tenere presente è quello relativo ai rapporti tra vescovi e inquisitori. Attraverso l’analisi di documenti (soprattutto sinodi, carteggi e fascicoli del foro vescovile) si è potuto appurare che, negli anni in oggetto, non si verificarono episodi di conflitti o frizioni tra le due figure di giudici. I vescovi modenesi del primo Seicento mantenevano infatti un rapporto di collaborazione con gli inquisitori, dedicandosi principalmente a compiti pastorali e a ruoli diplomatici a servizio della famiglia ducale. Dopo aver presentato il contesto e aver fornito alcune informazioni sugli istituti di conservazione presso i quali è stata condotta la ricerca, si entra nel vivo della trattazione, presentando l’attività degli inquisitori operanti durante il trentennio considerato attraverso la loro corrispondenza. Le lettere, sebbene siano espressione dell’istituzione – e quindi del punto di vista – dominante, offrono delle informazioni preziose circa la realtà di cui davano conto. Lasciano emergere, in effetti, alcune delle situazioni su cui si è voluto porre maggiore attenzione: i conflitti territoriali e di competenze con le diverse figure di ordinari nei territori sottoposti a diocesi diverse da Modena o nullius diocesis, ma anche problemi di carattere economico, legati alla condizione di povertà del tribunale.

Ciò su cui tuttavia si insiste particolarmente sono i conflitti di natura giurisdizionale con la corte. Sebbene, infatti, il duca non fosse in una posizione di forza rispetto al Sant’Uffizio – e, quindi, rispetto ai giudici di fede locali – è pur vero che in talune situazioni si crearono delle frizioni e dei contrasti piuttosto accesi, soprattutto in materia di ebrei – data la tradizionale protezione accordata loro dai duchi estensi sin dal tempo di Ferrara capitale – e nei casi in cui a essere coinvolti in reati spettanti all’Inquisizione fossero nobili e stipendiati del duca. Un aspetto, in particolare, merita di essere sottolineato all’interno di questo discorso: i rapporti peculiari tra Inquisizione modenese e il politico più influente degli anni oggetto dello studio: Giovanni Battista Laderchi, detto l’Imola. Era questi, infatti, l’interlocutore dei giudici di fede in diverse situazioni, più di quanto non lo fosse lo stesso duca. L’esistenza di documentazione inquisitoriale (fascicoli e denunce) a suo carico permette di avere un’idea del suo peso e della sua presunta pericolosità.

L’attività dei primi inquisitori generali di Modena coincide con la fine dell’emergenza ereticale che aveva caratterizzato la seconda metà del Cinquecento, ovvero con la fase dell’istituzionalizzazione dell’Inquisizione, che inizia ad orientarsi verso altri reati, varcando sempre più i confini del foro della coscienza per approdare verso la realtà del quotidiano, dei comportamenti, delle superstitiones, dei rapporti considerati più a rischio: fra tutti, quelli tra i confessori e le loro penitenti – che portarono a una crescente attenzione nel perseguimento della cosiddetta sollicitatio ad turpia – e quelli tra cristiani ed ebrei.

Dopo aver seguito le vicende attraverso la corrispondenza, si è tentata una ricostruzione dell’attività del tribunale e dei suoi giudici da un altro punto di vista, seguendo i processi veri e propri. Si sono quindi analizzati, a livello quantitativo – attraverso l’uso di un inventario – anche i tipi di reati commessi, per evidenziare l’evoluzione della stessa attività.

A questo punto si è compiuto un passaggio ulteriore, mettendo a confronto questi ultimi dati con quelli emergenti dalla corrispondenza. Lo scopo di quest’analisi è quello di capire quali casi venissero comunicati – e per quali motivi – alla Sacra Congregazione e quale fosse, di conseguenza, il livello del controllo di Roma sull’Inquisizione modenese.

Per dare un’idea concreta di alcuni dei temi trattati durante l’analisi, all’interno dell’ultima sezione si trova una selezione di casi di studio, che mostrano i modi concreti di procedere verso una serie di reati e verso differenti tipologie di imputati.

Questo permette di capire quali fossero le situazioni che destavano l’attenzione degli inquisitori, o se piuttosto non intervenissero motivazioni particolari nel determinare il loro orientamento. In questo senso vanno tenuti presenti tutti gli elementi sottolineati nelle sezioni precedenti, in riferimento alle persone coinvolte (nobili, donne, ecclesiastici, ebrei, etc.), ai conflitti con la corte (nei casi di ebrei e nobili), alle tendenze generali dell’Inquisizione nel corso del XVII secolo.

Emergono anche i reati di eresia contro cui si procedeva – o non si procedeva più – a quest’altezza cronologica, quando l’eresia era stata ormai completamente debellata, sia in generale, che nel particolare, ossia in una delle realtà che più aveva contribuito ad allarmare Roma e da cui era scaturita la decisione di tornare a servirsi dei tribunali dell’Inquisizione. Nell’Appendice documentaria che chiude il lavoro sono stati trascritti tre documenti prodotti nel periodo in esame. Il primo è un modello di editto, che i cardinali della Sacra Congregazione avevano ritenuto di dover inviare a tutte le sedi inquisitoriali per uniformare la formazione degli editti. Gli altri due documenti, invece, sono due prontuari ad uso degli inquisitori: “Modo et ordine, che osserva il Reverendo Padre Inquisitore nell’essercitare il suo Officio nella Città di Modena” e “Contro di quai persone proceda il Santo Officio della Inquisitione”, ritenuti particolarmente interessanti in quanto pienamente rispondenti alle esigenze dell’analisi: il primo si riferisce ai casi in cui erano coinvolti a vario titolo (come imputati o come testimoni) uomini a servizio del duca e nobili legati alla corte; il secondo, invece, precisa quali casi fossero compresi entro le principali categorie di reati perseguiti dal tribunale dell’Inquisizione.