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Editoriale

L’area dello Stretto nei primi due secoli dell’Età Moderna - Giuseppe Caridi - Università degli Studi di Messina - 29/05/2020

Conclusa con Federico d’Aragona sul finire del Quattrocento la sovranità della discendenza diretta di Alfonso il Magnanimo, del Regno di Napoli si impossessò il congiunto Ferdinando il Cattolico, già re di Spagna e di Sicilia, che con la sua conquista, ostacolata a lungo dalla Francia, diede avvio, come è noto, alla bisecolare dominazione ispanica del Meridione d’Italia.

Sotto il Cattolico, Messina e Reggio, pur appartenendo ancora a due Regni politicamente distinti, ritornarono tuttavia ad essere accomunate dal medesimo sovrano. Le relazioni fra le opposte rive dello Stretto, già intense per tutto il secolo XV, sarebbero ulteriormente proseguite durante il lungo predominio spagnolo. Al nuovo monarca Ferdinando si rivolsero nel 1503 i sindaci reggini Nicola Malgeri e Lancillotto Mayrana per sottoporre alla sua approvazione i privilegi cittadini e chiedere altre grazie. Il Cattolico accolse le richieste dei reggini e concesse importanti prerogative di carattere economico per consentire alla città di riprendersi al più presto dalla fase recessiva attraversata durante il conflitto seguito alla morte di Ferrante e che aveva avuto ancora una volta come principale teatro la costa calabrese dello Stretto. Fu perciò permesso, tra l’altro, all’università di Reggio di importare dalla Sicilia, per uso esclusivo della popolazione locale, ogni tipo di merce, senza pagamento di alcuna imposta1.

Le disposizioni di Ferdinando ebbero effetti positivi sull’economia reggina, che cominciò a migliorare grazie soprattutto allo sviluppo delle attività commerciali, come risulta da un importante documento conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta di un registro del cassiere del fondaco (luogo di scambio delle merci) della città, relativo all’anno fiscale che andava dal 1° settembre 1505 al 31 agosto 1506. In questo documento sono annotate le numerose operazioni di compravendita svoltesi nel fondaco reggino in quel periodo, con l’indicazione della nazionalità dei mercanti, il valore delle merci importate ed esportate sia per mare che per terra, generi di cui talvolta era specificata anche la qualità. Dall’esame del registro risulta che a Reggio, agli inizi del Cinquecento, si svolgevano intensi scambi di tessuti, ferramenti e prodotti agricoli con l’intervento prevalente, accanto a Genovesi, Veneziani, Spagnoli e Francesi, di mercanti siciliani, in particolare Messinesi, che parteciparono a 79 delle 257 compravendite complessivamente annotate in quell’anno2.

Ferdinando il Cattolico era salito sin dal 1468 sul trono di Sicilia, cedutogli dal padre Giovanni II, alla cui morte, nel gennaio 1478, aveva ereditato anche gli altri Regni aragonesi. Qualche mese più tardi, nel settembre 1479, il Cattolico aveva confermato ai Messinesi i privilegi già goduti e ne aveva aggiunto altri. In particolare, il sovrano aragonese aveva riconosciuto che nel parlamento siciliano toccava ai rappresentanti di Messina la precedenza rispetto a quelli di Palermo, ricomponendo così la frattura determinatasi l’anno prima tra gli amministratori locali e il viceré Giovanni Cardona, a proposito del cerimoniale da seguire, contrasto «emblematico – osserva Salvatore Bottari – del modo in cui il municipalismo peloritano coagulava consenso e diveniva collante ideologico»3. Al vertice della città e del distretto di Messina vi era un funzionario regio, lo «stratigoto», avente il compito di governatore e capitano d’armi. La nomina dello stratigoto, che era preposto alla Corte stratigoziale ed esercitava una serie di poteri – dall’amministrazione della giustizia, al controllo del territorio e all’esecuzione delle leggi – era di diretta competenza del sovrano ed egli era pertanto il rappresentante locale del governo ispanico.

Espressione della cittadinanza messinese era invece la «giurazia», organo esecutivo dell’amministrazione cittadina, che sul finire del Cinquecento avrebbe assunto la denominazione di senato. I rapporti tra la giurazia, che pretendeva il rispetto dei privilegi di Messina e lo stratigoto, tendente a esercitare il proprio potere senza vincoli locali, erano spesso conflittuali e attorno ad essi ruotava la vita politica cittadina4. Grazie alle concessioni regie, l’oligarchia messinese riuscì tuttavia ad allargare i margini della propria autorità a scapito del potere stratigoziale. Si venne inoltre a determinare un processo di progressiva fusione tra il patriziato cittadino di antica origine e le più ragguardevoli famiglie di estrazione popolare. Per queste ultime si aprì infatti la possibilità di entrare nelle fila della nobiltà mediante vari canali, dall’ascesa economica all’assunzione di cariche pubbliche, dall’esercizio della professione forense o medica ad accorte combinazioni matrimoniali. Fu perciò possibile alla componente più agiata del popolo partecipare «in maniera piena alla vita pubblica, da cui rimanevano, invece, esclusi gli strati inferiori ma numericamente assai più cospicui del medesimo ordine».

Alcune facoltose famiglie della nobiltà messinese, accumulati ingenti capitali con operazioni mercantili e creditizie, rivolsero la loro attenzione alla prospiciente costa calabrese, dove, nella seconda metà del Cinquecento, in seguito alla grave crisi finanziaria che aveva cominciato a colpire una parte consistente dell’aristocrazia napoletana, si aprivano lucrose prospettive di acquisto di feudi a quanti disponessero di denaro. Tali compere consentivano alle famiglie del patriziato peloritano non solo un notevole aumento del loro prestigio mediante l’inserimento nelle fila dell’aristocrazia feudale del Regno di Napoli ma, attraverso un oculato sfruttamento delle risorse delle aree infeudate, sia a livello economico che finanziario, la possibilità di incrementare ulteriormente il proprio patrimonio. Oggetto dell’interesse di queste famiglie messinesi furono in particolare le baronie di Motta San Giovanni e di Palizzi, site entrambe nel Basso Jonio reggino, nel cui territorio vi erano tra l’altro sia numerosi gelseti, indispensabili per la produzione serica, sia ampie distese cerealicole, dalle quali potevano ricavarsi lauti guadagni in una fase in cui era crescente la domanda di grano da parte di una popolazione che a Messina, come sulla sponda calabra, era in forte crescita.

Tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento, quattro famiglie messinesi, i Minutolo (1561), i Marquett (1565) i Villadicane (1576) e gli Ioppolo (1605) si alternarono nel possesso del feudo di Motta San Giovanni, messo però all’asta pochi mesi dopo l’acquisto da parte di Mario Ioppolo, che aveva fatto ricorso a cospicui mutui senza riuscire ad onorarli5. Acquirente della baronia di Palizzi fu nel 1580 il patrizio messinese Francesco Romano, che la trasmise al figlio Francesco e da questi, morto senza discendenti diretti, passò al ramo dei Colonna Romano, Che la tennero in loro possesso fino al 1652, quando pervenne agli Arduino, loro concittadini, che nel 1662 vi ottennero il titolo di principi6.

Continuarono ad essere intense durante il Cinquecento le relazioni tra le due sponde dello Stretto. Nel corso di quel secolo, crebbe notevolmente la produzione della seta calabrese, e in particolare quella del distretto reggino, gran parte della quale veniva esportata attraverso il porto di Messina, dove giungeva con piccole imbarcazioni, che facevano la spola tra gli opposti litorali. Se Messina proseguì l’espansione economica e demografica del secolo precedente, anche Reggio, grazie soprattutto all’incremento della produzione serica, che costituì il settore trainante dell’economia locale, ebbe nel Cinquecento un consistente sviluppo, testimoniato, in campo demografico, dal balzo della sua popolazione, salita dai 2.477 fuochi numerati nel 1532 ai 3.545 del 15957. La crescita demografica della città calabrese non fu però costante a causa delle gravi vicissitudini che essa fu costretta a subire nei decenni centrali del Cinquecento, quando fu ripetutamente sottoposta alle incursioni turchesche, che provocarono ingenti danni e fughe di cittadini. Particolarmente devastanti furono le scorrerie compiute dall’ammiraglio islamico Barbarossa, che nel 1533 saccheggiò Reggio e, dieci anni più tardi, nel 1543, dopo averla nuovamente depredata, la incendiò. Nuovi attacchi furono sferrati nel 1552 contro la città calabrese, devastata prima dalla flotta guidata dal comandante islamico Dragut e, subito dopo, da una squadra navale francese guidata dal principe Sanseverino di Salerno8.

A causa di queste incursioni, la popolazione reggina rimase pressoché stazionaria nel trentennio 1532-1561 e non seguì perciò l’andamento crescente del resto della Calabria, i cui abitanti aumentarono nello stesso periodo del 57,8%9. Nel trentacinquennio successivo, però, a fronte di una sostanziale stagnazione demografica a livello regionale, a Reggio si verificò un forte incremento (+ 48,9%)10, parallelo a una crescita economica basata principalmente, come si è osservato, sulla sericoltura. Il notevole aumento demografico e produttivo consentì a Reggio di vincere la concorrenza di Catanzaro e ottenere nel 1584 la sede dell’Udienza della provincia di Calabria Ultra, corrispondente alla parte meridionale della regione, posta cioè a sud dell’istmo di Lamezia e del corso del Neto11. Si riuscì perciò a colmare in fretta a Reggio le lacune prodotte tra le fila della sua popolazione da una pestilenza che si diffuse in città nel 1576, proveniente da Messina, dove pure provocò numerose vittime12. Anche nella città siciliana, tuttavia, la vita locale riprese ben presto con il consueto dinamismo, superando altrettanto celermente la congiuntura negativa.

Un ruolo trainante nell’economia messinese nel corso del Cinquecento, e in particolare nella seconda metà di quel secolo, fu svolto dalla produzione e dal commercio della seta. Nella città siciliana dello Stretto, l’arte di tessere la seta era stata introdotta nel 1486 da un calabrese, l’ebreo catanzarese Charonecto Gerardino, che si trasferì a Messina attratto dalle vantaggiose concessioni offertegli dagli amministratori locali13. Sulla scia di analoga concessione elargita alla città di Catanzaro l’anno prima, nel 1520 il Senato messinese, su pressione degli artigiani, presentò al viceré Pignatelli una istanza per ottenere la costituzione del Consolato della seta. Il viceré concesse alla città peloritana il Consolato e l’imperatore Carlo V nel 1530 ne confermò i relativi capitoli, che prevedevano la presenza al vertice di quattro consoli, di cui due mercanti e due tessitori. Successivamente, nel 1617, uno dei mercanti e uno dei tessitori vennero sostituiti da un nobile e da un esponente dell’ordine senatorio14.

Nel 1594, una nuova scorreria turchesca si abbatté su Reggio, che venne ancora una volta saccheggiata dalle orde islamiche condotte dal rinnegato messinese Scipione Cicala. In seguito a tale ulteriore devastazione subita dalla città, sprovvista di sufficienti difese per sostenere i ricorrenti attacchi musulmani, la sede dell’Udienza provinciale venne trasferita a Catanzaro, dove sarebbe poi definitivamente rimasta malgrado i reiterati tentativi dei Reggini di ottenerne la restituzione15.

Dalle incursioni islamiche, che nel corso del Cinquecento colpirono Reggio, fu invece del tutto preservata Messina, che, a differenza della città calabrese, oltre ad avere una solida difesa naturale, costituita dalla falce sabbiosa posta a protezione del suo litorale, fu a più riprese fortificata, a decorrere dal 1535, anno della sosta in città dell’imperatore Carlo V. Questi, al ritorno dalla vittoriosa spedizione militare in Africa, si fermò a Messina e, resosi personalmente conto della straordinaria posizione strategica della città, al centro del Mediterraneo, decise di farne un baluardo inespugnabile della cristianità contro l’Islam. Si procedette perciò alacremente alla ristrutturazione urbanistica di Messina, con la conseguente trasformazione da città-porto a città-fortezza, cambiamento puntualmente evidenziato dalla Ioli Gigante sulla base della cartografia del tempo16.

Agli inizi del Seicento, in seguito alla concessione di Filippo III all’università di Reggio della licenza di potere impiantare telai per la tessitura della seta, che fino ad allora nel Regno di Napoli era monopolio della Capitale e di Catanzaro, si accentuarono i rapporti tra le due città dello Stretto. Si verificò infatti il trasferimento a Reggio di numerosi mastri messinesi, impegnati nella lavorazione dei bozzoli e nella tessitura della seta nei telai cittadini. Parecchi di questi lavoratori specializzati siciliani si sposarono con ragazze reggine, come denotano i locali registri parrocchiali e i contratti di nozze, conservati nell’Archivio di Stato di Reggio. Da questi atti notarili si rileva, tra l’altro, l’uso corrente di moneta siciliana a Reggio, a evidente testimonianza delle fitte relazioni economiche intercorrenti fra le due sponde dello Stretto17. Un’importante conferma di questi rapporti intensi della prima metà del Seicento proviene da un documento, depositato nell’Archivio della Compagnia di Gesù di Roma. Si tratta di una relazione del gennaio 1618 del padre provinciale dei Gesuiti di Sicilia, alla cui provincia il Collegio reggino, a differenza degli altri Collegi calabresi, dipendenti da Napoli, era aggregato, a ulteriore testimonianza dei rapporti privilegiati di Reggio con la dirimpettaia Sicilia. Nel suo scritto, il padre provinciale siciliano mise infatti, tra l’altro, in evidenza gli intensi scambi commerciali tra Reggio e Messina, ai cui mercanti i Reggini erano soliti rivolgersi per la soddisfazione di fondamentali bisogni alimentari e di abbigliamento: «In tutte le cose del vestito, et in gran parte del vitto, et in molt’altre dipende Reggio necessariamente da Messina, per il che è necessario un continuo commercio»18.

Tramite il porto di Messina, giungevano infatti a Reggio, che non era autosufficiente in campo alimentare, notevoli quantità di cereali, prodotti in gran parte in Sicilia, e tessuti di origine forestiera.

Nel corso del Seicento, Messina potenziò il suo ruolo di emporio commerciale del Mediterraneo. L’agente del duca di Toscana considerò nel 1612 la città siciliana dello Stretto «una scala floridissima per il gran numero de’ vascelli venturieri», che, provenienti dai Paesi dell’Europa Settentrionale (Francia, Olanda, Inghilterra), vi sostavano prima di dirigersi verso i centri del Mediterraneo sud-orientale, da cui trasportavano poi altre merci nella città peloritana19. Nel 1606, Messina raggiunse la notevole cifra di circa centomila abitanti, quadruplicando nell’arco di un secolo la sua popolazione, che agli inizi del Cinquecento oscillava intorno alle 25 mila unità. A partire dal terzo decennio del secolo XVII, l’incremento demografico si interruppe ma – pur tra problemi interni di carattere istituzionale, dovuti ai ricorrenti contrasti fra il senato cittadino e la curia stratigoziale – la crescita economica della città peloritana continuò per tutta la prima metà del Seicento, periodo recentemente definito per Messina «quasi un’età dell’oro»20. Emblematica della notevole espansione della città dello Stretto fu l’offerta del 1629 di due milioni di scudi per ottenere finalmente la funzione di capitale di uno dei due viceregni in cui si propose che fosse bipartita la Sicilia, per sfuggire così alla mal sopportata subordinazione a Palermo e creare, nel contempo, le condizioni per una eventuale estensione giurisdizionale sulla prospiciente Calabria Ultra, con la quale si erano ulteriormente rafforzati i rapporti economici21.

Dalle montagne calabresi giungeva a Messina la neve, conservata in fosse scavate nei rilievi aspromontani di Fiumara di Muro e Calanna, baronie appartenenti ai Ruffo di Calabria, uno dei maggiori casati dell’aristocrazia del Regno di Napoli, con possedimenti feudali anche in Sicilia, che da secoli avevano rapporti economici nell’isola, dove potevano giovarsi della cittadinanza messinese conferita ai loro principali esponenti sin da secolo XIV. Da alcuni documenti conservati nell’Archivio di Stato di Napoli risulta che dal 1626 al 1647 destinataria della neve dei feudi calabresi della principessa Giovanna Ruffo fu la città di Messina, che se ne approvvigionò tramite il locale Senato. L’«arrendamento», cioè l’affitto, del «partito» della neve era solitamente messo all’incanto dal Senato messinese sulla base d’asta di 1.000 once annue a determinate condizioni esposte nell’apposito capitolato. Il partito della neve si dava in appalto in genere per più anni e con largo anticipo rispetto alla scadenza. Da questo cespite, la principessa soleva riscuotere un canone annuo di ben 12.000 ducati e a suo carico restavano le spese per la conservazione e il trasporto della neve a Messina, dove veniva venduta al minuto in alcune botteghe poste in diverse piazze della città22.

Nelle campagne reggine, nei primi decenni del Seicento, all’aumento della produzione serica corrispose quello della coltivazione dei gelsi, come si evince dai contratti agrari del tempo. All’interno della cittadinanza acquisì pertanto un’importanza crescente la categoria dei massari, che dalla coltivazione del terreno di loro proprietà, o preso in affitto, traevano considerevoli profitti. Questa componente della popolazione reggina non era tuttavia rappresentata nel consiglio cittadino e pertanto cominciò a fare pressione per vedersi riconosciuto lo stesso diritto degli altri ceti dei nobili, civili e mastri. Gli sforzi dei massari furono coronati da successo e nel 1638 si attuarono delle modifiche ad essi favorevoli nelle norme che regolavano l’amministrazione dell’università di Reggio. Si stabilì infatti che ad essere eletti dal parlamento generale della città dovevano essere 18 consiglieri, così ripartiti: 5 in rappresentanza dei nobili, 4 dei civili, 5 dei mastri e 4 dei massari23.

Nonostante la crisi generale che colpì gran parte d’Europa – aggravata nel Regno di Napoli dalla rivolta masanelliana del 1647 e dalla peste del 1656 – il numero dei Reggini aumentò notevolmente nei primi sette decenni del Seicento. Nel 1669 vi fu l’ultima numerazione dei fuochi del periodo spagnolo e ne risultò che nella città e nei casali di Reggio vivevano in quell’anno 4.938 nuclei familiari tassabili, pari a circa 22.000 abitanti, con un aumento perciò di 6.000 unità rispetto a quelli censiti nel 1595. La crescita della popolazione reggina risalta ancora di più se si pone a confronto con l’andamento di quella dell’intera Calabria, che nel medesimo periodo diminuì invece di circa un quarto, scendendo da 110.018 a 81.534 fuochi24.

I dati risultanti dalle numerazioni fiscali trovano sostanziale conferma nei documenti ecclesiastici del tempo, cioè relazioni arcivescovili alla Santa Sede, depositate nell’Archivio Segreto Vaticano, e registri parrocchiali, conservati nell’Archivio Diocesano di Reggio. La crescita demografica fu determinata non solo dai saldi naturali positivi ma anche dall’arrivo a Reggio di numerosi immigrati provenienti dai centri vicini e in particolare da Messina. Questa immigrazione appare evidente dai registri matrimoniali della prima metà del Seicento, in cui è riportato il luogo di origine dei mariti, parecchi dei quali erano forestieri. Tale consuetudine, risalente ai secoli precedenti, sembra accentuarsi in quel periodo, come risulta, ad esempio, dai libri matrimoniali della parrocchia di Santa Maria della Candelora. Dei matrimoni celebrati in questa parrocchia reggina tra il 1621 e il 1640, se ne registra infatti quasi il 30% con sposi forestieri, la maggior parte dei quali, circa il 16% del totale, provenienti appunto da Messina25. Nel quadro di tali scambi reciproci vanno segnalati anche i numerosi abitanti di Reggio e dei centri della contigua baronia di Fiumara di Muro che nella seconda metà del Seicento andarono a sposarsi a Messina, a riprova degli intensi rapporti che ancora in pieno secolo XVII intercorrevano fra le due sponde dello Stretto26. Numerosi atti notarili stipulati a Reggio nella prima metà del Seicento avevano inoltre come contraenti mercanti e artigiani messinesi27. Tali forti legami economici con Messina, che godeva di particolari privilegi, possono spiegare perché, contrariamente al resto della Calabria in grave crisi, Reggio e il suo hinterland attraversarono in quegli anni una fase positiva.

Le relazioni tra le due città dello Stretto furono però, in qualche circostanza eccezionale, anche burrascose. Fu quanto avvenne, ad esempio, nel 1672, in occasione della grave carestia che colpì entrambe le città. Per soccorrere la popolazione affamata, a causa della forte difficoltà di approvvigionamento di cereali a Reggio e nei centri vicini, l’università reggina cercò di acquistare anche a caro prezzo il frumento, che sarebbe dovuto giungere in città via mare. A Messina, che come Reggio pativa la fame – e dove si elevavano vibrate proteste popolari contro il senato, accusato di inettitudine per non avere provveduto a sufficienti scorte alimentari – si pensò di procurarsi le derrate necessarie mediante la cattura di qualche imbarcazione che trasportava grano, di passaggio per lo Stretto e, a tale scopo, si armò una nave corsara denominata «Majorchino». Da questo vascello venne intercettata e costretta ad approdare a Messina un’imbarcazione carica di frumento, che con notevoli sacrifici l’università di Reggio era riuscita a comprare per sfamare i suoi cittadini. Irritati per tale atto piratesco, i sindaci reggini si recarono a Messina chiedendo la restituzione del grano rubato. I rappresentanti di Reggio riuscirono però a ottenere solo una piccola parte del frumento dagli amministratori messinesi, che si giustificarono sostenendo che il resto era stato consumato dalla popolazione locale, che stava rischiando di morire di fame28.

Gli stretti legami con Messina fecero sì che anche Reggio subisse forti contraccolpi dalla crisi attraversata dalla città siciliana qualche anno dopo la cattura della nave carica di grano. Nel 1674, infatti, mentre era in corso la guerra d’Olanda tra la Spagna e la Francia, che sotto lo scettro di Luigi XIV perseguiva con insistenza l’obiettivo di espansione territoriale, a Messina scoppiò una rivolta antispagnola. Questa sommossa prese lo spunto da un contrasto interno alla cittadinanza, che si era suddivisa nelle due contrapposte fazioni dei Merli, favorevoli al governo centrale e dei Malvizzi, fautori del senato. Questi due partiti cittadini, allo scoppio della guerra, si schierarono su fronti opposti. I Merli rimasero fedeli alla corona spagnola mentre i Malvizzi presero le parti della Francia. Ad avere la meglio in città furono i Malvizzi, che si ribellarono all’autorità spagnola e riuscirono a impadronirsi del governo messinese. Accorsero allora a Messina, su richiesta dei loro sostenitori, le navi francesi, che riuscirono in più battaglie a sconfiggere la flotta spagnola, pur superiore di numero29.

Sin dall’inizio della rivolta messinese, Reggio fu dichiarata piazza d’armi dal governo spagnolo. Come risulta da alcuni documenti dell’Archivio Generale di Simancas, si provvide a fortificare, con l’aggiunta di muraglioni anche al castello, la città calabrese per farne la base principale delle operazioni militari per la riconquista di Messina, datasi al nemico. Il viceré di Napoli, marchese di Astorga, fece giungere a Reggio un grosso contingente di soldati del battaglione del Regno, al comando del generale Marcantonio di Gennaro. Questo esercito era pronto a traghettare sull’altra sponda dello Stretto, appena lo avesse richiesto il viceré di Sicilia, marchese di Bajona. Altri 4.500 militari, provenienti dalla Germania si unirono poi a Reggio al contingente napoletano e tutti furono dotati delle necessarie provviste di viveri e munizioni30.

Assediata dalle preponderanti truppe spagnole, Messina cercò di resistere valorosamente. Venne però a mancare alla città siciliana un sufficiente aiuto da parte dei Francesi. Essi, in realtà, perseguivano altri obiettivi di espansione territoriale e non avevano alcuna intenzione di battersi per mantenerne il possesso. A dare un valido sostegno in queste difficoltose circostanze alla città di oltre Stretto provvidero allora i Reggini, memori dei forti vincoli di reciproca collaborazione che li univano ai Messinesi, con parecchi dei quali vi erano inoltre anche rapporti di parentela. Dalla prospiciente costa reggina, nonostante la sorveglianza della flotta ispanica, che pattugliava lo Stretto, arrivavano in continuazione rifornimenti di vettovaglie a Messina. Con questi soccorsi i Reggini consentivano agli assediati di soddisfare i loro bisogni alimentari, «a segno che la Calabria campa li Messinesi», notava nel luglio 1675 il cronista napoletano Fuidoro. Egli poneva inoltre l’accento sul rischio che anche a Reggio potesse scoppiare una rivolta simile, poiché nella città calabrese «vi sono molti Messinesi ribelli e li Riggitani parlano ed operano da ribelli»31.

La Francia aveva in un primo momento sperato di conquistare l’intera Sicilia ma questo obiettivo era fallito per la mancata sollevazione dell’isola. Soddisfatte comunque le proprie aspirazioni all’acquisto di nuovi territori in Europa centrale, la Francia nel 1678 stipulò con la Spagna la pace di Nimega. Questo trattato prevedeva, fra l’altro, il ritorno sotto il dominio spagnolo di Messina32. La città siciliana fu perciò abbandonata al proprio destino dai Francesi, con grave rammarico dei suoi abitanti che si sentirono traditi da Luigi XIV, sul cui appoggio avevano tanto confidato. Circa ottomila Messinesi, compromessi con la rivolta, per sfuggire alla vendetta spagnola lasciarono allora la propria città e andarono in esilio in Francia. Dopo la partenza dei Francesi e dei loro fautori, si recò a Messina il conte Teodoro Barbò, governatore della piazza d’armi di Reggio, insieme con il vescovo di Squillace e altri ufficiali spagnoli. Nella città siciliana fu portato un ritratto di Carlo II, accolto con manifestazioni di giubilo dai Messinesi. Questi, stanchi delle sofferenze patite durante la lunga ribellione, desideravano infatti ritornare pacificamente alle normali occupazioni. Giunse poi a Messina il viceré di Sicilia, Vincenzo Gonzaga, che concesse un generale indulto alla cittadinanza, tornata all’ubbidienza della corona di Spagna. Ai Messinesi il viceré chiese uno sforzo collettivo per riparare gli ingenti danni provocati dalla rivolta e riprendere con rinnovato slancio le attività quotidiane33.

La clemenza del Gonzaga non fu però condivisa dalla corte di Madrid, che lo rimosse dal suo incarico e lo sostituì con il nuovo viceré Francesco Benavides, che, come voluto dalla Spagna, attuò subito provvedimenti punitivi nei confronti della città ribelle. Messina venne perciò privata delle sue speciali prerogative amministrative, esercitate dal senato cittadino, che fu soppresso. Alla città siciliana furono inoltre tolti i privilegi di cui godeva da secoli e che erano serviti da volano per il suo sviluppo economico. Di queste prerogative avevano tratto beneficio anche i Reggini, per gli intensi traffici che, come si è rilevato, avevano con Messina, la cui disgrazie si ripercuotevano adesso pure sulla sponda calabrese dello Stretto. A testimonianza visibile del restaurato dominio spagnolo, venne eretta in città una statua al re Carlo II con il bronzo fuso dalle campane che avevano chiamato a raccolta i Messinesi, dando inizio alla rivolta. Con enorme spesa, gravante sui cittadini, si provvide poi a costruire sulla falce sabbiosa del porto la cittadella fortificata. Questa poderosa fortezza aveva la duplice funzione di difendere la città dal nemico esterno e distogliere, nel contempo, la popolazione locale da eventuali future ribellioni34.

Con la repressione della rivolta, si concluse il lungo ciclo favorevole ed ebbe inizio per Messina un periodo di decadenza, da cui la città siciliana non si sarebbe più del tutto ripresa, almeno fino al XIX secolo. A frenare, nel corso del Settecento, la crescita ci intervennero gravi calamità, condivise dalla città siciliana con la prospiciente Reggio. Nel 1743 si diffuse infatti da Messina a Reggio una tremenda pestilenza, che causò nelle due città migliaia di vittime e una lunga interruzione delle attività economiche. Gravi contraccolpi ebbe poi, un ventennio più tardi, una carestia di raggio più ampio. Infine, a conclusione di un quarantennio funesto, nel 1783 il terremoto rase a suolo gran parte delle due città dello Stretto. Solo con l’inoltrarsi del secolo XIX, – definito «un lungo Ottocento», perché compreso tra le due terribili catastrofi del 1783 e del 190835 – si assiste a un parallelo sviluppo demografico ed economico di Messina e Reggio. Il tremendo sisma del 28 dicembre 1908 avrebbe però assestato alle due città un colpo esiziale, chiudendo tragicamente un ciclo della loro plurisecolare storia. 

 

 

Note bibliografiche

 

BIBLIOTECA COMUNALE DI REGGIO CALABRIA, Cancelleria Angioina. Fondo pergamenaceo; F. MORABITO DE STEFANO, Privilegi e capitoli accordati alla città di Reggio Calabria (1285-1609), in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», II (1932), p. 248. Sulla conquista aragonese del Regno di Napoli cfr. ora G. CARIDI, Alfonso il Magnanimo. Il re del Rinascimento che fece di Napoli la capitale del Mediterraneo, Roma 2019, pp. 177-211.


2 ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI (ASN), Dipendenze della Sommaria, vol. 532, fasc. 6; G. GALASSO, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, Napoli 1992, pp. 100-102. Il giro di affari dei mercanti messinesi ammontava a 51 once e 8 tarì.


3 S. BOTTARI, L’ingresso nella modernità: da Ferdinando il Cattolico al terremoto del 1783, in F. MAZZA (a cura di), Messina. Storia Cultura Economia, Soveria Mannelli 2007, pp. 109-110. I giurati nel 1499 avevano chiesto e ottenuto dal viceré che lo stratigoto, nell’esercizio delle sue funzioni, osservasse i privilegi, gli statuti e le consuetudini di Messina, cfr. C. E. TAVILLA, Per la storia delle istituzioni municipali a Messina tra Medioevo ed Età Moderna, Messina 1983, t. II. Giuliana di scritture dal sec. XV al XVIII dell’Archivio Senatorio di Messina, giuliana n. 1322, p. 420. Su istanza del Senato, Ferdinando il Cattolico decise poi che l’operato dello stratigoto venisse sottoposto al controllo del viceré, cfr. C. GIARDINA (a cura di), Capitoli e privilegi di Messina, Palermo 1937, pp. 382-387.


4 S. BOTTARI, L’ingresso nella modernità., cit., pp. 112-113. Era comunque l’affermazione in campo economico il mezzo principale per l’ascesa politica, cfr. U. DALLA VECCHIA, Cause economiche e sociali dell’insurrezione messinese del 1674, Messina 1907, pp. 46-49.


5 G. CARIDI, Motta San Giovanni. Profilo storico nell’età moderna, Reggio Calabria 2005, pp. 23-24.


6 ID., Palizzi dal tardo Medioevo all’Ottocento, Reggio Calabria 1999, pp. 33-35.


7 L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1797-105, t. VII, p. 368; G. CARIDI, Popoli e terre di Calabria nel Mezzogiorno moderno, Soveria Mannelli 2001, p. 101.


8 G. VALENTE, Calabria Calabresi e Turcheschi nei secoli della pirateria (1400-1800), Chiaravalle 1973, pp. 158-160; G. CARIDI, Reggio Calabria. Storia di una città sullo Stretto (secoli XIV-XIX), Reggio Calabria 2017, pp. 95-98. La Francia era alleata dell’Impero Ottomano contro la Spagna.


9 ID., Popoli e terre di Calabria ecc., cit., pp. 101, 114-116. Tra il 1532 e il 1561, la popolazione reggina subì una lieve flessione, scendendo da 2.477 a 2.380 fuochi e quella calabrese salì invece da 67.921 a 107.172 fuochi. Nel medesimo periodo, la popolazione dell’intero Regno di Napoli, esclusa la capitale, passò da 317.240 a 480.946, con un incremento del 51,6%, cfr. Ivi, pp. 120-122.


10 IVI, p. 101, 116-117, 123. A Reggio nel 1595 furono censiti 3.545 fuochi (+1.165 rispetto al 1561). Nello stesso anno, in Calabria i fuochi numerati furono 110.018 e nel Regno di Napoli, esclusa la capitale, 532.886 (+10,8% rispetto al 1561).


11 G. GALASSO, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, cit., p. 225. L’università di Reggio, a dimostrazione della espansione economica attraversata in quegli anni, offrì al viceré di Napoli 25 mila ducati e ottenne perciò la sede dell’Udienza vincendo la concorrenza di Catanzaro, cfr. G. CARIDI, Reggio Calabria ecc., cit., p. 107.


12 L. DEL PANTA, Le epidemie nella storia demografica italiana, Secoli XIV-XIX, Torino 1980, pp. 144-145. Da Messina, dove scoppiò nel 1575, l’epidemia si diffuse anche a Palermo e in altre città dell’isola. A Reggio la peste durò sette mesi e provocò circa 700 morti, cfr. D. SPANÒ BOLANI, Storia di Reggio di Calabria dai tempi primitivi al 1797, rist. an. , Oppido Mamertina 1993, pp.370-371.


13 C. TRASSELLI, Ricerche sulla seta siciliana (sec. XIV-XVII), in «Economia e Storia», II (1965), pp. 225-227. Nella seconda metà del secolo XVII «la seta era sempre più il “filo d’oro” dell’economia cittadina», cfr. S. BOTTARI, L’ingresso nella modernità,, cit., p. 121. Una cospicua parte della seta grezza commercializzata a Messina proveniva da Reggio e dalla Calabria, cfr. C. TRASSELLI, La vita a Reggio Calabria al tempo di Carlo V, Reggio Calabria 1975.


14 S. BOTTARI, Post res perditas. Messina 1678-1713, Messina 2005, pp. 105-112.


15 G. VALENTE, Calabria Calabresi e Turchesch., cit., pp. 240-247; G. CARIDI, Reggio Calabria, cit., pp. 107-108. La flotta turca era composta da quasi 100 navi e il Cicala trovò la città abbandonata dai suoi abitanti.


16 A. IOLI GIGANTE, Messina, Roma-Bari 1980, pp. 32- 50. Dopo l’arrivo di Carlo V, «la città dello Stretto muta completamente la sua fisionomia».


17 G. CARIDI, Reggio Calabria., cit., pp. 120-124.


18 ARCHIVUM ROMANUM SOCIETATIS JESU, Fondo Gesuiti. Collegia, vol. 1569, theca 185-II, fasc. IV; G. CARIDI, I beni dei Gesuiti in Calabria prima dell’espulsione del 1767, in V. SIBILIO (a cura di), I Gesuiti e la Calabria, Reggio Calabria 1992, pp. 153-154.


19 Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal Carteggio degli agenti del Granduca di Toscana in Napoli Dall’anno 1582 sino all’anno 1648, in «Archivio Storico Italiano», IX (1846), p. 273.


20 S. BOTTARI, L’ingresso nella modernità ecc., cit., p. 126.


21 F. BENIGNO, La questione della capitale: lotta politica e rappresentanza degli interessi della Sicilia del Seicento, in «Società e storia», 47 (1990), pp. 42-43. A bloccare l’iniziativa messinese furono sia la controfferta di 300 mila scudi del Parlamento e di 200 mila scudi della città di Palermo sia il mutamento del quadro politico, con le rivolte catalana e portoghese e la caduta del conte-duca Olivares, cfr. Ivi, pp. 57-63.


22 ASN, Sommaria. Relevii, vol. 374, ff. 426r-474r.


23 G. CARIDI, Amministrazione locale e ceti sociali in Calabria alla vigilia del 1799, in Rivoluzione e antirivoluzione in Calabria nel 1799, Atti del IX Congresso Storico Calabrese, Reggio Calabria 2003, pp. 44-45.


24 ID, Popoli e terre di Calabria, cit., pp. 161, 172.


25 ARCHIVIO ARCIVESCOVILE DI REGGIO CALABRIA, Parrocchia di S. Maria della Candelora, Libro dei matrimoni 1620-1664.


26 E. ZADRA BRUNI, Su la popolazione di Messina dopo il 1648: la parrocchia di S. Maria dell’Arco, in «Archivio Storico Messinese», III Serie, XXX (1980), pp. 111-128.


27 F. ARILLOTTA, Reggio nella Calabria spagnola. Storia di una città scomparsa (1600-1650), Roma-Reggio Calabria 1981, Molti Messinesi compravano a Reggio e nei centri limitrofi soprattutto la seta e la trasportavano con le loro imbarcazioni a Messina per farla tessere e poi esportarla.


28 D. SPANÒ BOLANI, Storia di Reggio di Calabria., cit., p. 433.


29 G. GIARRIZZO, La Sicilia dal Viceregno al Regno, in Storia della Sicilia, Napoli 1980, vol. VI, pp. 128-132; R. VILLARI, La rivolta di Messina e la crisi del Seicento, in S. DI BELLA B. PELLEGRINO (a cura di), La rivolta di Messina e il mondo mediterraneo nella seconda metà del Seicento, Atti del Convegno Storico Internazionale, Cosenza 1979, pp. 19-35. Per un’ampia ricostruzione della rivolta messinese rimane fondamentale F. Guardione, Storia della rivoluzione di Messina contro la Spagna, Palermo 1907.

 

30 M. SIRAGO, La Calabria nel Seicento, in A. PLACANICA (a cura di), Storia della Calabria moderna e contemporanea, Roma-Reggio Calabria 1992, t. I, pp. 240-241. Il viceré inviò a Reggio 50 mila ducati per le spese di guerra. Comandante della piazza d’armi reggina fu dapprima il marchese Carlo del Tufo e poi fra Giovan Battista Caracciolo, cfr. G. GALASSO, Napoli nel viceregno spagnolo dal 1648 al 1696, in Storia di Napoli, Napoli 1976, vol. III, p. 450.


31 I. FUIDORO, Giornali di Napoli dal 1650 al 1680,  vol. III, a cura di V. OMODEO, Napoli 1938, p. 304.


32 G. ZELLER, Diplomazia e politica estera francese, in F. L. CARSTEN (acura di), Storia del Mondo Moderno, vol. V, La supremazia della Francia (1648-1688), Milano 1968, p. 796.


33 D. SPANÒ BOLANI, Storia di Reggio di Calabria., cit., pp. 439-441. Il Gonzaga «via tutte le soldatesche che sopravanzavano al presidio della città e le milizie che copiose stanziavano in Reggio furono a Napoli richiamate».


34 I. PASQUALE, Il governo napoletano e la ribellione di Messina (1675-1678), in «Archivio Storico per le Province Napoletane», LXXXV-LXXXVI (1968-1969), pp. 55-63. La cittadella, avente la forma di pentagono, fu edificata sotto la direzione dell’architetto fiammingo Carlos Gruntenbergh, cfr. S. BOTTARI, L’ingresso nella modernità, cit., p. 141.


35 M. D’ANGELO, Un “lungo Ottocento”: 1783-1908, in AA. VV., Messina. Storia Cultura Economia, cit., p.183.