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Editoriale

Considerazioni sul rapporto tra marginalità e politiche assistenziali in età moderna - Rita Chiacchella - Università degli Studi di Perugia - 16/01/2020

Il pauperismo ha costituito uno dei problemi più importanti e difficili da gestire per gli Stati europei tra Cinque e Ottocento: dal fatto che i mezzi tradizionali della beneficenza fossero divenuti nel tempo insufficienti ad affrontare lo straordinario incremento dei poveri determinato dall’aumento demografico e dal contemporaneo rialzo dei prezzi agricoli, emerge un nuovo atteggiamento per il quale la figura del povero perde in parte il rilievo religioso per configurarsi come individuo all’interno della società civile e dunque da regolare, controllare o espellere. Il Cinquecento rappresenta il momento della svolta con l’affacciarsi di atteggiamenti ed interventi apertamente ostili verso mendicanti e vagabondi trattati spesso alla stregua di spie o, peggio, di eretici. L’evoluzione dal privato al pubblico è più lenta, segnata dal permanere, anche nella trattatistica sei-settecentesca, di una visione più tradizionale che, da parte della Chiesa, si traduce in pratica nello stretto collegamento tra carità e restaurazione religiosa, mentre lo Stato finisce per subentrare nel finanziamento con risorse economiche derivanti dalle preesistenti strutture laicali o ecclesiastiche, laddove queste manifestano crescenti difficoltà accentuate dal numero dei richiedenti e dall’eccessiva frammentazione territoriale. Parallelamente si assiste alla specializzazione dell’intervento prima sui bambini abbandonati, poi ragazze e donne, poi poveri prodotti al di fuori della struttura e perciò vergognosi, quindi sui malati contagiosi e pericolosi.

Il tema dell’assistenza, come parte del più ampio dibattito sul pauperismo e sulla marginalità, ha caratterizzato alcune correnti della storiografia contemporanea partendo dagli anni Cinquanta del Novecento nell’ambito della sociologia americana interessata in particolare ai rapporti tra società e devianza e quindi agli strumenti creati dalla prima per intervenire sulla seconda. Nel decennio successivo il fenomeno marginalità è divenuto centrale sia come storia della mentalità (Mollat 1965), sia come storia dei movimenti popolari (Mandrou 1959, Hobsbawm 1959, Mousnier 1967) e del proletariato urbano (Woolf 1986), sia come studio del nesso riforma protestante-processi di laicizzazione (Hill 1964). L’influenza di contributi come quello di Pullan (1971) e Geremek (1980) si manifesta per gli studi sugli Stati italiani alla fine degli anni Settanta per iniziativa del Centro di storia sanitaria e ospedaliera di Pistoia e della rivista «Storia Urbana» con una svolta al convegno del 1980 tenuto a Cremona su Pauperismo e assistenza curato da Politi, Rosa e Della Peruta. Pauperismo, marginalità, vagabondaggio, carità, beneficenza, assistenza, solidarismo, repressione: ognuno di questi termini indica un certo percorso di studi, così come le istituzioni committenti, centri e riviste, hanno favorito ognuna una specializzazione degli studi nei diversi settori (storia delle istituzioni, storia religiosa, storia urbana), privilegiandone volta a volta un aspetto o un soggetto (confraternita, ospedale…).

Si evidenzia così l’esistenza di una rete assistenziale e benefica vasta e fittissima, che tale è rimasta per tutta l’età moderna fino a quella contemporanea, istituita per la buona volontà dei donatori, la cura degli amministratori e, soprattutto, per il permanere delle necessità. Ad essa dal Settecento si affianca e poi si sostituisce l’iniziativa pubblica, delle amministrazioni cittadine e poi statali, con un chiaro sforzo riorganizzativo volto a realizzare soprattutto un’economia gestionale, ambizione comune a tempi tra loro dissimili. A fronte del tema dell’impiego dei poveri in lavori socialmente utili e che possibilmente giovassero alle casse delle varie amministrazioni, locali e centrali, queste esauriscono le risorse nella compilazione di questionari, prospetti e progetti che hanno saturato gli archivi, passando di rado dalla proposizione all’attuazione. Lo sforzo si attua in particolare nei confronti degli ospedali, di cui si limita il proliferare, ma le istituzioni, numerosissime, hanno in generale resistito alle avversità rappresentate dal tempo e, direi soprattutto, dagli uomini stessi. La permanenza delle questioni, seppure diversificate, sta alle origini dei più recenti interventi (Garbellotti 2013; Scritti in onore di Giovanna Da Molin 2017), in cui la storia della povertà e delle pratiche caritative si fa storia di una quotidianità vissuta da un’estrema varietà di individui, vagabondi, stranieri, anziani inabili al lavoro, individui affetti da malattie e da menomazioni fisiche o mentali, donne sole, bambini abbandonati, uomini privi di mestiere o sottoccupati, tutte figure concrete, che prendono vita con storie diverse.

In definitiva, nei primi due secoli dell’età moderna, l’apparato assistenziale appare come la più fedele espressione di una società essenzialmente statica, che solo con la prima metà del Settecento si apre all’innovazione. Gli studi condotti su un territorio particolare come lo Stato ecclesiastico, posto all’interno di una realtà in cui la carità appare come metodo di governo, confermano la progressiva specializzazione delle politiche assistenziali che mettono al centro dell’intervento non solo le tradizionali categorie (donne e bambini), ma anche i malati di mente. All’inizio il progetto si realizza in una prospettiva più tradizionale, con l’apertura di nuovi conservatori nei quali il lavoro assume un ruolo rilevante, poi con manicomi veri e propri. La svolta avviene solo con la Restaurazione, grazie alle premesse poste, per esempio in Umbria, dal Dipartimento napoleonico attraverso l’accertamento statistico e un deciso avvio alla riorganizzazione del settore (Regni Berardi 1995 e Coletti 2013). Anche per altre località dello Stato (Ascoli, Jesi) sono stati effettuate indagini sul tema dell’Assistenza e controllo sociale tra Sette e Ottocento, («Proposte e ricerche», 2014); si sommano in essi due temi dominanti: la questione femminile già oggetto delle preoccupazioni generali e l’attenzione sanitaria per i malati di mente. È interessante seguire, oltre le peregrinazioni delle sedi, sempre comunque scelte in locali appartenenti alle istituzioni assistenziali o religiose già soppresse, l’evoluzione normativa, caratterizzata all’inizio da caratteristiche quasi esclusivamente disciplinari poi influenzata dalle necessità di una cura fisico-morale dei ricoverati, dai quali sono comunque esclusi gli incurabili, che mette sempre più in crisi le finalità curative delle istituzioni: siamo però ormai alla prima metà dell’Ottocento e l’organizzazione complessiva subisce l’influenza dei nuovi dettami medico-scientifici, sfuggendo a quella caratteristica di genericità, che per lungo tempo caratterizza l’eredità del passato.

Appare innovativa – tema che ci riconduce agli studi di Gabriella Zarri in materia – l’apertura alla terza via della condizione femminile per cui alle ragazze né mogli né monache la carità pubblica o privata restituisce la cifra prevista negli altri casi «per potersi alimentare». Il limite, per tutte le istituzioni, è rappresentato dalle difficoltà finanziarie create dall’impossibilità di un mantenimento a vita per le ragazze, donne o malate non altrimenti sistemabili o dimissibili. Infine una notazione non secondaria, giustamente sottolineata da Tosti già negli anni Ottanta del secolo scorso, circa il fatto che il sistema dotale riesca, realizzando un riequilibrio sociale operato comunque dal ceto dominante, a cucire le smagliature prodotte dagli eventi congiunturali soprattutto nelle fasce più esposte al rischio di impoverimento, quali i piccoli commercianti e gli artigiani, ciabattini, sarti, macellai, muratori, fornai ma specialmente gli appartenenti al settore tessile, nel quale, all’interno degli istituti, le ragazze avevano già fatto pratica: la normativa prevede nel dettaglio l’investimento «in beni stabili» o in attività redditizie.

Se è certo l’Unità a incidere in maniera determinante sull’organizzazione complessiva della rete assistenziale si è rilevato anche come, specie nelle aree più appartate, istituzioni tipiche del periodo preindustriale, come i dotalizi, continuino a sorgere con le stesse caratteristiche anche nell’Ottocento, spia certa del permanere dell’attenzione ma anche della paura nei confronti del sesso femminile, considerato pericoloso per l’intera società specie in casi di indigenza e bisogno, mentre progetti più innovativi si propongano già dalla fine del secolo precedente, con una continua oscillazione tra un’organizzazione ancora tardo comunale e tentativi di razionalizzazione e centralizzazione del sistema assistenziale, il che vale a sottolineare ancora una volta come i processi storici raramente siano definibili secondo esatte scansioni cronologiche proposte in astratto.