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Editoriale

La storia dell’Università in età moderna. Nuove prospettive di studio e di ricerca per la storiografia italiana – Alessandra Ferraresi – Università degli Studi di Pavia - 19/11/2019

La storia dell’Università europea – così come si è venuta a configurare dal basso medioevo ai nostri giorni – è stata (ed è tuttora) insieme memoria, autobiografia e storia, sia che prendesse le mosse da intenti autocelebrativi, specie in occasione dei vari giubilei e anniversari (Dohnt 2015; due esempi recenti: Mantovani 2012 -; Del Negro 2015), sia che fossero i momenti di crisi e di trasformazione vissuti dall’istituzione a stimolare la riflessione su se stessa. Del resto, chi fa storia dell’università (e/o dell’istruzione superiore) è nella quasi totalità dei casi un suo membro, destinato a diventare nel tempo – da produttore – a sua volta oggetto di storia. È un luogo comune indicare una tradizione di lungo periodo che ha visto prevalere – in Italia come altrove – gli studi sul Medioevo (il “mito delle origini”) e gli storici del diritto; è vero però che – anche grazie allo stimolo derivante dalla contemporaneità – la storiografia universitaria ha assunto negli ultimi decenni caratteri nuovi e specifici, per quanto riguarda sia l’organizzazione e i temi della ricerca sia il profilo stesso dello storico delle università.

In Italia la seconda metà degli anni Novanta è stata un turning point, segnato dalla prima ricognizione sistematica degli studiosi e da un importante convegno padovano sulla Storia delle università italiane che, oltre a dar conto dello stato della nostra ricerca, prendeva pure atto di un dinamico quadro internazionale di riferimento. Di fronte a un numero tutt’altro che basso – 371 – di censiti, ormai appartenenti a varie aree disciplinari e tematiche (il 30% di storici ‘storici’ e solo il 14% di storici del diritto), erano però evidenti la natura settoriale e localistica (anche istituzionale, legata soprattutto all’attività dei Centri per la storia di una singola università) della nostra ricerca, la scarsa collaborazione multidisciplinare e l’assenza o quasi di un approccio comparatistico, caratteri invece presenti in opere come la A History of the University in Europe, voluta dalla CRE e coordinata da un Editorial board internazionale (senza rappresentanti italiani), di cui erano già usciti (1992 e 1996) i primi due volumi dedicati alle Universities in the Middle Ages in Early Modern Europe (1500-1800).

Un cambiamento di rotta è stato nel 1997 l’istituzione del Cisui (Centro interuniversitario per la storia delle università italiane, passate dalle iniziali 5 alle attuali 25) – con sede a Bologna e allora presieduto da Gian Paolo Brizzi – e la nascita contestuale degli «Annali di storia delle università italiane», rivista che – dopo aver avuto per 18 anni un programma editoriale principalmente legato alla penisola (in ogni numero una sezione monografica dedicata a una singola università, con un’ottica tematica però condivisa col Comitato scientifico del Cisui) – ha dal 2015 acquisito una stabile apertura a temi di ricerca internazionali, affiancandosi così a riviste quali la ‘classica’ «History of Universities» (dal 1981) o la più recente «CIAN, Revista de historia de las universidades». Accanto a una regolare attività convegnistica e seminariale, un frutto maturo è stato nel 2007 la Storia delle Università in Italia, curata da Brizzi, Piero Del Negro e Andrea Romano, la prima sintesi – globale e di lungo periodo – per il nostro paese di un fenomeno culturale di cui – per citare l’introduzione – “l’Italia fu culla […] e che rappresentò uno dei tratti peculiari della civiltà europea”, ma che ha mantenuto, per la stessa vicenda storica italiana, caratteri frammentari che si sono riflessi appunto anche nella ricerca.

Proprio il Repertorio (1994) sopra ricordato metteva in discussione anche il secondo termine del binomio ‘storia del diritto-Medioevo’, perché più del 40% dei temi di ricerca censiti riguardava l’età moderna: la storiografia modernistica italiana, grazie agli studi – usciti da metà degli anni Settanta – di Brizzi sulla formazione della classe dirigente nei seminaria nobilium, di Giuseppe Ricuperati e dei suoi allievi sull’istruzione superiore sabauda, di Elena Brambilla sul “sistema letterario” dello Stato di Milano, del gruppo di studiosi raccolto intorno ai «Quaderni per la storia dell’Università di Padova» sul mondo universitario veneto, per citare solo quelli più influenti, iniziava infatti a leggere le università moderne non più solo sotto la cifra della “decadenza”, della “crisi”, del “declino” (“l’université de l’époque moderne n’a toujours pas bonne presse” commentava nel 2003 W. Frijhoff), rispetto a una perduta ‘età dell’oro’ medievale e al suo ritorno grazie all’affermazione del modello humboldtiano, ma alla luce di una nuova storia sociale e culturale dell’istruzione superiore che aveva già dato risultati importanti (Stone 1974, Kagan 1974, Chartier e Revel 1978, Chartier, Julia e Revel, 1986) confluiti, con tutta la loro problematicità metodologica e interpretativa, nella storia europea delle università sopra indicata.

Si trattava dunque per la storiografia italiana di entrare a pieno titolo in un quadro europeo della ricerca su tematiche nuove o rinnovate e con nuovi strumenti euristici, come nel caso del convegno internazionale organizzato dal Centro interdisciplinare per la storia dell’Università di Sassari e dalla Commission international pour l’histoire des universités su Le università minori in Europa (secoli XV-XIX) dal quale è definitivamente emersa una realtà a lungo sfuggente e fluida ma anche tipicamente ‘moderna’, sia per la cronologia di fondazione che per il ruolo esercitato nei vari contesti geo-politici e sociali: quello, appunto, delle ‘università minori’ (Brizzi e Verger, 1998), intendendo con ciò non solo Studia caratterizzati da una limitata ‘offerta formativa’ e da un bacino di reclutamento regionale, ma quell’insieme di istituzioni (ma anche persone) – semiuniversità gesuite (su cui si veda da ultimo, ma con qualche riserva interpretativa, Grendler 2017), collegi e scuole di ordini religiosi insegnanti, collegi dottorali e professionali – che offrivano percorsi formativi alternativi a quelli erogati dagli Studia generalia e titoli di studio riconosciuti dagli stessi poteri politici. In altre parole, non dobbiamo valutare – proiettando sul passato il nostro presente – l’età moderna alla luce della presenza o meno di un monopolio delle università pubbliche (nel senso contemporaneo del termine), ma vederla come un sistema di istruzione medio-superiore (i due livelli resteranno sostanzialmente fino all’età napoleonica raccordati da una ‘zona grigia’ di studi corrispondenti grossomodo al nostro odierno liceo) dinamico, composto da attori diversi (a partire dalle università stesse, al di là delle somiglianze istituzionali e organizzative), scenari variegati, dinamiche culturali complesse, rapporti variabili col potere, sia politico – statale o cittadino – sia religioso (Brizzi 2013; Guerrini et alii, 2016).

I temi qui sin troppo sintetizzati fanno parte di un’agenda di ricerca potremmo dire “tradizionale”, ma rivisitata grazie agli apporti innovativi anche di altre aree di ricerca che si intersecano alla nostra; penso, ad esempio, al rapporto tra storia dell’istruzione e storia delle professioni (mi limito a ricordare Balani 1996, Brambilla 2005 e 2018, Malatesta 2009), a quello con i poteri politici, a partire dallo Stato ‘moderno’, nelle sue diverse configurazioni storiche (da ultimo, Del Negro 2018), a quelli, altrettanto variegati, con i poteri cittadini, rapporto complicato anche dalla ‘variabile’ delle modalità di insediamento di una università – o di una struttura di insegnamento superiore – nel contesto urbano (Mazzi 2006), con le conseguenti ricadute sullo spazio architettonico e urbanistico, ma anche – e si tratta di temi, questi, pressoché tutti da indagare – sullo spazio economico cittadino e su quello culturale, in termini di una diffusione ‘localizzata’ di saperi spendibili sul territorio, nelle professioni, nell’amministrazione, nella ‘sociabilità’ nei suoi diversi aspetti.

È in questo contesto urbano che vanno collocate – almeno per una parte del loro agire, perché gli scenari entro cui si muovono sono a più dimensioni spaziali dal locale al transnazionale – le comunità, professori e studenti, che costituiscono la concreta manifestazione vivente nella società dell’istituzione. Su di esse si è focalizzata da una ventina d’anni la ricerca internazionale che, potendo anche utilizzare con sempre maggior raffinatezza euristica fonti e strumenti della storia seriale, ha dato sviluppo alla digital academic history, a partire dal progetto (1998) voluto da Hilde De Ridder-Symoens, New tools for university history, ribattezzato nel 1999 Fasti, che apriva uno spazio di lavoro europeo, come équipe di ricerca e progetto da costruire sotto il profilo epistemologico (domande da farsi), operativo (fonti da interrogare) e tecnico (costruzione e condivisione delle banche-dati), con al centro lo studio delle comunità accademiche, in un’accezione ampia del termine. A Fasti partecipavano due gruppi di ricerca italiani, già attivi, uno facente capo all’Università di Perugia, condotto da C. Frova, Onomasticon. Prosopografia dell’Università degli Studi di Perugia), l’altro bolognese, condotto da Brizzi, ASFE: Amoris scientiae facti exules. Entrambi sono confluiti nel 2012 nel nuovo progetto collaborativo Héloïse, European Network on Digital Academic History (Frijhoff, Kouamé, Picard 2017; Brizzi, Daltri 2017; Frijhoff 2018) che si incontra ogni anno agli «Ateliers Héloïse» e ha come non facile obiettivo l’interoperabilità delle varie banche-dati (Rubio Muñoz 2017; Zucchini, 2018).

Nello studio delle popolazioni accademiche – non fosse altro perché molti di loro ci sono noti perché entrati, per la loro produzione intellettuale, nella storia delle discipline insegnate, perché a loro si è rivolta da subito la storiografia universitaria (auto)celebrativa e, non ultimo, perché disponiamo in generale di una maggior completezza di fonti (oltre al fatto che i numeri sono comunque maneggiabili) – le ricerche prosopografiche sui professori e la costruzione delle relative banche-dati sono sicuramente avvantaggiate rispetto a quelle rivolte a coloro che, pur essendo la ragione stessa dell’origine dell’Università, restano ancora, per troppi aspetti degli sconosciuti: gli studenti, come corpo sociale e come individui.

Il database ASFE, dedicato all’età moderna (1500-1800), sta però riempiendo molti vuoti nelle nostre conoscenze a livello non solo italiano ma europeo e modificando vari stereotipi. ASFE comprende tre data-base tra loro integrati e in progressiva implementazione: Onomasticon Studii Bononiensis, relativo agli studenti; Italici doctores, tutti i laureati nel periodo considerato compresi quelli che hanno ricevuto il titolo fuori dagli Studia generaliaIter italicum, relativo agli studenti stranieri nelle università italiane, per un totale, ora, di 130.000 records nominativi, derivati da un’ampia tipologia di fonti, istituzionali e non, interne o esterne alle università, edite (tra le edizioni recenti, ad es. Del Gratta 1983, Novarese 1996, Serangeli 2003, Imago Universitatis 2000, Guerrini 2005, Di Lorenzo 2005/2017, Cani 2015, Cannobio 2017) o frutto di spogli archivistici e dell’acribia dei ricercatori nell’individuare nuove fonti (ad es. Guerrini 2015). Nell’incrocio tra quantitativo e qualitativo che la Digital academic history (Brizzi-Frijhoff 2018) si prefigge, il tema della mobilità studentesca sia interna alle università italiane sia proveniente d’Oltralpe, sia, specie dal XVIII secolo, anche in senso inverso (una mobilità a lungo ignorata, in base allo stereotipo della ‘decadenza’ delle università moderne – ‘decadenza’ che invece va contestualizzata caso per caso – e della fine della peregrinatio) sta così assumendo un carattere di evidenza (ad es. Dröscher 2012), e pone nuovi interrogativi, anche metodologici, che richiedono di elaborare un modello di ricerca integrata tra i vari data-base europei (un tema di discussione cruciale negli Atelier Helöise): si tratta infatti, in una nuova storia culturale che non ignora le idee, ma si occupa anche dell’agire degli uomini, di capire come l’esperienza di studio ‘fuori casa’ si sia trasformata al ritorno in patria, in una trasmissione delle conoscenze e dei saperi appresi, così come degli ‘stili’ culturali, nella vita professionale e nella sociabilità intellettuale.


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