Home La SISEM Soci Appuntamenti Attraverso la Storia Materiali Bandi Reti Archivio Contatti

Editoriale

Storia delle donne: bilanci e prospettive - Gabriella Zarri - Università degli Studi di Firenze - 09/10/2018

Nel 2015 ricorreva il venticinquesimo anno dall’uscita in Italia dei cinque volumi della Storia delle donne in Occidente (ed. italiana, 1990, ed. francese, 1991). L’opera, diretta da studiosi francesi, era stata promossa e pubblicata dall’editore Laterza. Pochi anni dopo, questa impresa fu seguita dai quattro volumi della Storia delle donne in Italia (1994-1997). Per celebrare questo anniversario e per fare un bilancio degli studi, nel 2016 si è tenuto presso l’Ėcole française de Rome un importante convegno i cui atti, non appena pubblicati, potranno costituire un buon punto di partenza per ulteriori ricerche. Nel frattempo resta imprescindibile la recente messa a punto negli studi sulla storia di genere realizzata attraverso il confronto tra storiche nordamericane e italiane edito a cura di Elena Brambilla e Anne Jacobson Schutte (La storia di genere in Italia in età moderna. Un confronto tra storiche nordamericane e italiane, Viella, 2014), che contiene anche un’ampia sezione dedicata ai centri di ricerca, alle riviste, ai dottorati e masters italiani di storia delle donne. Ancora importante nell’ambito degli studi italiani di storia delle donne e di genere è la riflessione proposta da Giulia Calvi nel volume Innesti. Donne e genere nella storia sociale (Viella 2004), che seguiva ad un bilancio di poco precedente promosso da Anna Rossi Doria che si chiedeva A che punto è la storia delle donne in Italia (Viella 2003).

Sono partita dalle riflessioni e dalle messe a punto degli studi italiani degli ultimi quindici anni per dar conto della fitta e originale produzione condotta su questi temi, a cui non corrisponde ancora adeguata ricezione nella storia per così dire “generale”. Del resto l’allargamento stesso della platea degli studiosi in un mondo globalizzato e l’attenzione sempre più acuta su sesso e genere nella società e nella cultura odierna pongono problemi sempre nuovi, rendendo estremamente mutevole il quadro teorico in cui si collocano i concetti di storia delle donne e di genere e aprendo cantieri di ricerca prima inesplorati. Ci si potrà orientare sulle nuove proposte non solo ricorrendo alla lettura delle principali riviste europee ed americane, ma anche consultando alcuni dei principali siti di raccolte digitali come https://archiveshub.jisc.ac.uk/search/;

http://primary-sources.eui.eu/website/rijksmuseum-digital-collection; http://siefar.org/society-for-the-study-of-early-modern-women-rsa-2019/.

Per esemplificare soltanto alcuni dei problemi che mi paiono ancora aperti al momento attuale, ritengo si dovrebbe fare il punto sul rapporto tra storia delle donne e storia del genere. Non c’è dubbio infatti che entrambi i concetti sono importanti sul piano ermeneutico e sono complementari sul versante della ricerca storica, ma per lungo tempo il problema del gender, coniugato nell’aspetto unilaterale delle diversità delle inclinazioni sessuali, ha polarizzato l’attenzione sulla “molteplicità di identità e di esperienze sessuali” a scapito della differenza uomo-donna, con la conseguenza di porre in secondo piano la storia delle donne. Cito soltanto due affermazioni che mi sembrano esplicitare il mio pensiero: la prima, che pur chiarificando concettualmente la categoria di gender e la sua utilità nella ricerca storica riflette l’attuale assunzione della identità di genere come strumento ermeneutico privilegiato, è tratta dalla lettera inviata dalla Società delle Storiche al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e pubblicato da minima&moralia il 5 maggio 2014:

 

Gender è uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità e articolazione: senza comportare una determinata, particolare definizione della differenza tra i sessi, la categoria consente di capire come non ci sia stato e non ci sia un solo modo di essere uomini e donne, ma una molteplicità di identità e di esperienze, varie nel tempo e nello spazio.

 

La seconda, che ha come campo di riferimento l’evoluzione teorica del concetto di storia delle donne e pone l’accento sulla necessità di abbandonare il soggettivismo per passare alla storia sociale e culturale, è una proposizione stralciata dal discorso fatto da Luce Irigaray al Festival della Letteratura di Mantova il 6 settembre 2006:

 

Si è fatto di questo pensiero della differenza un pensiero solo delle donne e fra le donne. Non l'ho mai detto. Questa era una tappa necessaria per strutturare il soggetto femminile, ma la finalità resta una cultura a due soggetti. È una cultura a due soggetti che ci permette di entrare nel multiculturalismo, essendo la differenza uomo-donna la prima differenza.

 

È vero che, a scapito di una temporanea eclissi, assai visibile sul piano dell’industria editoriale e della cultura globale, della storia delle donne a favore del nuovo campo d’indagine della storia dell’omosessualità e delle diverse inclinazioni sessuali, si riscontra una sorprendente continuità in alcuni settori degli women’s studies che attestano l’impegno di studiose di diverse discipline nell’esplorazione sempre nuova e feconda di temi legati alla storia delle donne.  Mi riferisco in particolare all’attenzione per la cultura femminile e la pubblicazione di testi scritti da donne, che costituiscono oggetto di diverse collane antiche e nuove, come la statunitense The Other voice, la collana dei classici Garnier a cura di Helena Sanson, quella di Viella a cura di Marina Caffiero e quella più circoscritta delle Edizioni di Storia e letteratura a cura mia. Importante è poi il consolidato progetto di repertoriazione delle scrittrici spagnole della prima età moderna e delle loro reti di relazioni diretto da Nieves Baranda Leturio e concretizzato nel database di http://www.bieses.net. Recente è anche l’ampliamento del repertorio delle scrittrici mistiche, che affianca al classico volume delle italiane (Pozzi-Leonardi, Marietti 1988), due tomi sulle scrittrici mistiche europee (Edizioni del Galluzzo, 2015).

Se dal piano più generale dei bilanci e di alcune significative strumentazioni allarghiamo lo sguardo agli attuali fondamenti teorici della storia delle donne e di genere mi pare si possa dire che le ricerche, nonostante i significativi allargamenti spaziali che si estendono all’area mediterranea, tenendo conto dei rapporti europei e delle culture minoritarie, si articolino ancora sui binari consolidati della agency, della influenza e intermediazione, delle reti di relazioni, che definiscono l’identità, il potere, la sociabilità delle donne. La proposta di assumere categorie più ampie in cui collocare espressioni e mutamenti della condizione femminile nella società italiana ed europea di antico regime, come quella di patriarcato, avanzata già da Gianna Pomata nel 2003 (volume a cura di Rossi-Doria, sopra citato) e riproposta recentemente da Merry Wiesner-Hanks (Gender & History, 30, 2018), trova opposizione soprattutto nel femminismo nord-americano. Del resto il moltiplicarsi dei femminismi e dei diversi contesti in cui operano rende sempre più complessa la possibilità di individuare piste comuni di indagine.

Se si scorrono gli indici delle principali riviste italiane, europee e statunitensi di storia della donna e del genere, i campi tematici di osservazione presentano una notevole continuità (femminismi, cittadinanza, famiglia e condizione femminile, lavoro e proprietà, esercizio del potere, guerra e violenza, paternità, infanzia ed educazione). Non mi soffermo, per brevità, sugli studi di storia delle donne religiose, che non costituiscono interesse rilevante nelle riviste italiane di storia delle donne, ma costituiscono un campo consolidato e ragguardevole nel complesso degli studi europei e internazionali.

Occorre ancora segnalare che nuovi oggetti d’indagine emergono dalla suggestione e dall’influsso della ricerca antropologica. Molte sono infatti le novità che si sono introdotte sul piano metodologico: non solo si riscontra una maggiore interdisciplinarità, necessaria per esplorare esperienze culturali articolate e complesse, ma aspetti tipici degli studi antropologici hanno portato l’attenzione sul valore e significato simbolico degli oggetti, dei riti, dei cibi, innovando le ricerche di storia sociale e religiosa.