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Editoriale

Schiavitù mediterranea: bilancio e prospettive di ricerca - Salvatore Bono - Università degli Studi di Perugia / Société Internationale des Historiens de la Méditerranée (SIHMED) - 05/09/2018

Per oltre un secolo da quando, intorno al 1830, la schiavitù mediterranea non era più attuale, la storiografia l’ha ignorata, tanto più nel suo versante europeo, cioè come presenza di schiavi in Europa; un aspetto che, pertanto, ci pone al cospetto di ‘una storia taciuta’ (S. Bono, Schiavitù mediterranea. Una storia a lungo taciuta, in «Nuova informazione bibliografica», 2017, fasc. 4, pp. 675-698). Anche la schiavitù di europei nei paesi islamici mediterranei era stata ben poco oggetto di ricerca storiografica, ma era stata almeno menzionata e rievocata pur se come una delle accuse per motivare le aggressioni coloniali europee, dalla presa di Algeri (1830) all’occupazione della Libia (1911). Nell’ultimo mezzo secolo però e in particolare dalla svolta del nostro millennio, si è avuto un notevole sviluppo di ricerche e di pubblicazioni, fra l’altro in concomitanza – non certo casuale – con il revival di interesse per l’‘altra’ schiavitù, quella atlantica, nella ricorrenza di leggi di abolizione e proibizione.

           Tutto ciò richiamato, presentiamo qualche riflessione sulle auspicabili priorità di alcune direzioni di ricerca. A proposito di un’area territoriale come quella dell’attuale Italia – per la quale pur si dispone di un lavoro di sintesi di quasi un ventennio fa (S. Bono, Schiavi musulmani nell’Italia moderna. Galeotti, vu’ cumprà, domestici, Napoli, ESI, 1999) –, mentre sono auspicabili altri e numerosi sondaggi e verifiche, almeno per campioni, sulla diffusione e le dimensioni del fenomeno, in regioni come quelle del centro-nord e in particolare di città in cui essa fu favorita da alcune circostanze – la presenza di corti e di ceti nobiliari, al di là della scontata ‘mediterraneità’ marittima – si può supporre, e persino avere qualche occasionale indizio, di una presenza schiavile. Pensiamo, per esempio, a Perugia – in una delle poche regioni italiane ‘continentali’ – la cui nobiltà però militava a servizio della marina dello Stato pontificio cui apparteneva: ciò ha offerto occasioni per l’acquisizione, in vario modo, di schiavi, mentre ha provocato la ‘schiavitù’ di suoi membri, di alcuni dei quali vi è notizia del tutto trascurata; per analoghe o diverse circostanze si può ben pensare alle Marche, dal Cinquecento sino ai primi decenni dell’Ottocento, interesse promosso da Sergio Anselmi. Per gli altri paesi europei, e geograficamente mediterranei, dove il fenomeno schiavile ha avuto più rilevanza – Spagna, Portogallo e Malta – la conoscenza è molto più avanzata. L’arcipelago maltese è stato oggetto di una indagine esauriente e di alta qualità sin dal 1970, per merito di Godrey Wettinger – la sua tesi (1970) è stata edita ben più tardi (Slavery in the Islands of Malta and Gozo, ca. 1000-1812, PEG, La Valletta, 2002) – e anche le due capitali iberiche ed altri centri urbani maggiori (Granada, Siviglia, Valencia, Córdoba, Cadice, Málaga) e minori (Jaén, Lucena, Purto Real, Alcoy) sono stati oggetto di monografie. A quadri e valutazioni d’insieme hanno contribuito anche studiosi d’altri paesi, come Bartolomé Bennassar, Alessandro Stella, Bernard Vincent. Per l’intero Portogallo esistono volumi di sintesi, anche se ormai datati, mentre questo manca per la Spagna.

            Il vasto e poco esplorato campo d’indagine è costituito, più o meno, dagli altri paesi europei; l’aggettivo ‘mediterranea’ per la schiavitù deve intendersi riferito al ‘mondo mediterraneo’, come spiegato da Braudel nel suo La Méditerranée et le monde Méditerranéen. È stato, fra l’altro, ben evidenziato invece un arrivo di schiavi africani neri in Francia e in Gran Bretagna nel Settecento, a seguito dei loro proprietari, rientrati in patria dalle colonie americane. Anche i paesi germanici e slavi e l’Ungheria magiara sono stati coinvolti nella schiavitù mediterranea, quale conseguenza del lungo fronte terrestre con l’impero ottomano e della presenza di individui di quei paesi nelle vicende marittime mediterranee, in diverse posizioni: mercanti, capitani di nave, missionari, cavalieri di Malta e così via. È da tempo nota la presenza di schiavi ‘turchi’ (uomini, donne, bambini) portati in Austria – a Vienna, Graz, altre località – e in Germania, da Monaco ad Amburgo, a seguito degli eventi bellici per la ‘riconquista’, di territori dell’allora impero asburgico. Ulteriori ricerche, su fonti documentarie (anzitutto registri parrocchiali, per battesimi, e notarili, per compravendite) potranno essere fruttuose. Dall’inizio del nostro secolo anche studiosi di quei paesi hanno manifestato interesse verso la schiavitù mediterranea, come ha mostrato, fra l’altro, l’eccellente convegno organizzato da Juliane Schiel e Stephan Hanns all’Università di Zurigo (atti: Mediterranean Slavery Revisited (500-1800). Neue Perspektiven auf Mediterrane Sklaverei, a cura di S. Hanss e J. Schiel, Zurich, Chronos, 2014).

            Quale considerazione di carattere generale, accenno ad una fruttuosa prospettiva: la comparazione fra i due versanti – europeo ed ottomano maghrebino – della schiavitù mediterranea, comparazione che potrà consentire di individuare meglio le caratteristiche proprie dell’uno e dell’altro e al tempo stesso del loro insieme. Ancor oggi, in effetti, sono pochi gli studiosi che guardano ad ambo i lati; prevalgono ancora, anche fra i giovani, coloro che indagano la schiavitù ‘cristiana’ e quindi i temi del riscatto e delle memorie di schiavitù, per i quali si offrono più ricchi materiali inediti o sinora trascurati. 

            Quanto alla comparazione fra i due versanti; ecco alcune domande: sono stati più numerosi, nel periodo considerato (diciamo 1500-1830) gli schiavi europei o quelli ottomano-maghrebini? Detentori di schiavi temo che siamo stati più ‘noi’ di ‘loro’, che non viceversa – anche se noi ce ne siamo ‘lamentati’ di più. Il confronto però si complica se mettiamo nel conto, come è ovvio, anche i neri africani (la loro presenza è stata molto elevata nell’impero ottomano, anche oltre il 1830). E se si tenta un confronto, non del numero di individui coinvolti ma del numero di anni per individuo trascorsi in schiavitù? Noi europei eravamo più ricchi e organizzati e dunque i ‘nostri’ mediamente sono rimasti in schiavitù per periodi più brevi: nei casi più favorevoli se la cavavano anche in due anni, in media si può pensare a cinque, se si riscattavano ‘di tasca loro’ o grazie all’aiuto di istituzioni caritatevoli. Un certo numero restava in schiavitù dieci, venti o trenta anni, per non dire sino alla morte; sia in città europee, sia in alcune musulmane, vi erano ‘cimiteri’ per gli schiavi.

            Pur con tutte le differenze che ‘statisticamente’ si possono rilevare non vi è una essenziale differenza che giustifichi, a mio parere, di definire ‘schiavi’ quelli in Europa e ‘captivi’ gli europei in schiavitù. Ciò almeno per una ragione, ovverosia per non diventare, sia pure involontariamente, razzisti. Chi direbbe che vi sono stati ‘captivi’ africani neri? Certo, se per captivi intendiamo gli schiavi ‘redenti’, cioè riscattati e tornati nel paese d’origine, questi sono stati più di frequente gli schiavi europei, ma non ne sono mancati arabi e ottomani; si può dire, certamente, che nessuno schiavo nero africano sia tornato in patria: sarebbe stato difficile il viaggio di ritorno. Ma schiavi tornati liberi e integratisi come tali nella società che li aveva tenuti come schiavi, ve ne sono stati sia europei, sia ottomano-maghrebini, sia nero-africani; questi – come tutti gli altri – potevano anche ‘autoriscattarsi’ o avere l’aiuto generoso di ‘connazionali’ anche essi in schiavitù, o arrivare ad essere ‘manomessi’ dal padrone.

            Si è parlato di una ‘schiavitù taciuta’. Vi è da augurarsi che nessuno sia frenato dalle motivazioni che hanno pesato nel passato; si trattava, detto in breve, di un duplice ‘complesso’ di vergogna: da un lato di aver catturato, posseduto, sfruttato schiavi (non secondariamente per attività sessuali), spesso andando a prenderli ‘a casa loro’ (anche noi europei); dall’altro, per esser stati schiavi, considerata una grave umiliazione collettiva, e quasi una punizione divina, forse meritata dai singoli. Questo ‘complesso’ dell’umiliazione ha pesato e pesa ancora particolarmente presso gli arabo-ottomani.

              Dopo aver respinto le motivazioni del silenzio, suggeriamo una valida ragione, fra le diverse, per invece interessarci del vasto tema e approfondirne la conoscenza: nel suo esito complessivo la schiavitù si è conclusa con un fenomeno di assimilazione e integrazione specialmente nel versante europeo. La maggior parte forse degli schiavi giunti in Europa vi restava sino alla morte, ma spesso arrivavano ad esser manomessi (restituiti alla libertà per una espressa volontà del padrone), con preventiva – ed ovvia per quei tempi – conversione al cristianesimo. Il fenomeno può dunque essere visto come una prolungata e rilevante immigrazione, forzata ma comunque accettata, se non pure perseguita; come ho scritto in Schiavi. Una storia mediterranea (Bologna, Il Mulino, 2016): «Queste pagine di storia – di cui ci siamo a lungo dimenticati – possono forse aiutarci a comprendere e ad accettare ciò che oggi avviene, ed avverrà sempre più nelle nostre società: gli ‘altri’ sono di nuovo tra noi, stanno di nuovo diventando ‘noi’».