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Editoriale

Editoriale gennaio - 15/01/2018

Il lascito di Maria Teresa in Italia

 

Carlo Capra

Università degli studi di Milano

           

      Decine di convegni e di mostre hanno celebrato in Austria, e negli altri territori appartenuti alla monarchia asburgica e poi all’Impero austriaco, il terzo centenario della nascita di Maria Teresa d’Asburgo (1717-1780); e una studiosa tedesca, Barbara Stollberg-Rilinger, le ha dedicato una biografia aggiornata ed esauriente, di oltre mille pagine, che ha finalmente sostituito i dieci volumi della Geschichte Maria Theresia’s di Alfred von Arneth (1863-1879) e i due di Eugen Guglia (1917). In Italia la ricorrenza è passata quasi inosservata, se si eccettuano Trieste, il Trentino-Alto Adige e la parte della Lombardia soggetta all’autorità di Vienna; ma anche qui l’eco è stata, mi sembra, decisamente più debole rispetto alle celebrazioni del bicentenario della morte (basti pensare ai tre grandi convegni svoltisi allora a Milano, Pavia e Mantova e confluiti in altrettanti volumi editi dal Mulino nel 1982). Si era allora in pieno revival asburgico, mentre oggi il montare dei populismi e dei nazionalismi su entrambi i versanti del Brennero e la coincidenza, da noi, col centenario della rotta di Caporetto hanno lasciato poco spazio alle nostalgie per una Mitteleuropa cosmopolita e riformatrice. D’altronde non è il solo Settecento, ma è tutta l’età detta moderna ad avere subito un’eclissi nella coscienza della società e della cultura italiana in questi ultimi anni.

      Eppure il mezzo secolo di regno di Maria Teresa e del suo primogenito Giuseppe II, preludio e avvio della rivoluzione dall’alto napoleonica, ebbe un ruolo determinante nel condurre Milano e il suo territorio da una posizione di retroguardia fra gli stati italiani a una sorta di leadership non solo in campo economico e culturale, ma per quanto riguarda il contrasto ai poteri e ai privilegi della Chiesa, l’efficienza della pubblica amministrazione, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e di fronte  al fisco (modello ineguagliato in Europa fino ai catasti napoleonici rimase il censimento detto teresiano), la tutela delle libertà civili ed economiche, la scolarizzazione delle plebi, la sostituzione della pubblica assistenza alla beneficenza privata, in una parola lo sviluppo del moderno Stato di diritto. E le innovazioni introdotte in Toscana da un altro figlio di Maria Teresa, il Granduca Pietro Leopoldo, non furono da meno, anche solo a considerare la modernizzazione e umanizzazione della giustizia penale (con l’abolizione della pena di morte per la prima volta in Europa) e la progettazione di un assetto costituzionale caratterizzato dalla divisione del potere sovrano tra il monarca e i rappresentanti dei sudditi. Chi consideri oggi ancora attuale l’impegno per un incivilimento della nazione (una bella parola settecentesca e ottocentesca) non può non riconoscere in quella esperienza una tappa fondamentale della nostra storia.